STUDIO GEOMETRICO DELLA FORMA ROTONDEGGIANTE DI VICENZA PALEOVENETA(*)

di Carlo Frison

La forma approssimatamente circolare di Vicenza deriverebbe da quella del sito protostorico. Le forme arcuate delle strade sarebbero le vestigia dei un complesso di perimetri che avrebbero diviso il sito in zone abitative, cultuali e ortive. Gli orientamenti astronomici significativi riconoscibili apportano argomenti a favore dell'attribuzione alla protostoria dell'impianto viario.

Gli scarsi reperti archeologici protostorici attribuirebbero a Vicenza una fondazione più tarda di quella di Treviso e di Padova. Sembra che il processo di aggregazione urbano si avvii all'inizio del VI secolo a.C. Infatti non abbiamo documenti paleoveneti precedenti(1). Tuttavia è presumibile che l'abitato abbia origini più antiche. Attorno alla città non mancano ritrovamenti di epoca neolitica e eneolitica in zone che sono ancora più ricche di reperti dell'età del bronzo non solo tra i Berici a Fimon e Castellon del Brosimo, ma anche in area suburbana a borgo S. Felice(2). Quindi è possibile che a Vicenza, in strati profondi non raggiunti negli scavi per l'edilizia, giacciano manufatti dell'età del bronzo. I comodi collegamenti fluviali verso il mare assicurati dal Bacchiglione, ricordati da Plinio e da Strabone, possono aver favorito questo sito tra quelli di tutta l'area compresa tra le Prealpi e i Berici ancora prima dell'epoca paleoveneta, finché si impose come centro direzionale di un vasto territorio. Alla maggiore altitudine della città, superiore fino a nove metri rispetto alle zone limitrofe, può aver contribuito un dosso fluviale, ma preponderante è stato il contributo delle edificazioni nel corso dei millenni. Le laminette bronzee paleovenete scoperte nella piazzetta S. Giacomo erano a una profondità di sette metri.
Benché il materiale paleoveneto raccolto a Vicenza sia sporadico e quasi sempre privo di dati di rinvenimento e di contesto stratigrafico, è parimenti significativo il fatto che i luoghi che hanno dato materiale da abitato si trovino nell'attuale centro storico più o meno allineati lungo l'asse che corrisponde alla via che taglia da oriente a occidente la città. Ciò fa sospettare che il corso Palladio fosse la strada principale dell'abitato paleoveneto. Per sostenere questa ipotesi, in mancanza di sufficienti dati archeologici, bisognerebbe fondarla sulla base di criteri urbanistici. Questo metodo è usualmente applicato per attribuire ai romani un impianto viario, data la loro caratteristica pianificazione ortogonale. Il fatto è che, là dove manca l'ortogonalità nelle città padane, spesso si è riscontrato che l'urbanistica medievale-moderna abbia conservato le vestigia di disposizioni protostoriche di edifici, e quindi di strade. Vicenza non farebbe eccezione, anzi è un ottimo caso di possibile applicazione del criterio protostorico di tracciare il perimetro rotondeggiante e alcune strade con orientamento astronomico.
Il punto di partenza è l'osservazione della forma pressoché circolare delle mura comunali, che coincidono con i tratti delle mura romane ritrovate e con alte arginature di probabile origina protostorica. Gli argomenti per attribuire l'ampiezza del sito a un insediamento protostorico sono archeoastronomici e geometrici. Lo studio è più cartografico che archeologico, dato che sono relativamente scarsi i reperti archeologici, né si propone di distinguere le zone abitative da quelle cultuali e ortive. Inoltre sono considerate solo le tracce cui si possa attribuire semplici e probabili significati astronomici.
Iniziamo dall'orientamento astronomico. Il corso Palladio è ritenuto il decumano massimo perché tre tratti di basolato di epoca romana sono stati trovati sotto di esso. Per di più la disposizione della via sul crinale del dosso formato dall'accumulo dei detriti edilizi indica che è sempre stato l'asse principale della città. L'azimut del corso Palladio, misurato sulla carta tecnica regionale al 5.000, è di 241°. Tale misura è molto prossima a quella del tramonto della luna nel lunistizio di amplitudine minore meridionale nel primo millennio a.C., tenendo conto dell'altezza di 200 m. delle propaggini dei Lessini a 16 km di distanza.

Archeoastronomia di Vicenza protostorica. Le linee punteggiate e tratteggiate indicano le tracce protostoriche rimaste e gli orientamenti astronomici. Il corso Palladio ha la direzione del tramonto della luna a un lunistizio minore (L. Min.). Il corso Fogazzaro ha la direzione della levata della luna a un lunistizio maggiore (L. Mag.). Lo sviluppo approssimatamente circolare delle mura comunali deriverebbe dal perimetro della città paleoveneta. A sud, un arco di circonferenza limitato da due corde ha come asse di simmetria la linea meridiana passante per il centro della circonferenza maggiore. A ovest, è ricavabile dai percorsi stradali arcuati un cerchio schiacciato avente un asse nord-sud e l'altro asse in senso ovest-est diretto al centro della circonferenza maggiore.

L'altra strada di interesse archeoastronomico è l'ampio corso Fogazzaro, ritenuto antico per il ritrovamento di un tratto di basolato, non proprio sotto di esso, ma a fianco della chiesa di S. Lorenzo a pochi metri da ciglio stradale. Il rilevamento dell'azimut del corso è soggetto a più di una incertezza. Bisogna escludere il breve tratto iniziale che compie una leggera curva rispetto al resto del corso. Inoltre, il basolato trovato sotto gli edifici addossati alla chiesa, demoliti all'inizio del Novecento, indica che la strada attuale non passa esattamente sopra quella antica. La direzione della strada punta verso la sommità delle Scalette (altitudine di 80 m) sul declivio dei Berici, alla distanza di un chilometro. La vicinanza del monte influisce notevolmente sul calcolo della prima visibilità dell'astro, sicché bisognerebbe conoscere da quale punto della strada (lunga 300 m) venisse fatta l'osservazione, e considerare l'altitudine della strada che attualmente è di 40 m. Pur con tutte queste incertezze, è ipotizzabile per la strada originaria l'azimut di 138° che è molto vicino a quello del sorgere della luna al lunistizio di amplitudine maggiore meridionale nel primo millennio a.C.
L'osservazione della luna dal corso Fogazzaro verso la sommità delle Scalette sarebbe da porre in relazione col culto di una divinità femminile praticato sui pendii dei Berici, dalle parti del luogo dove è stata costruita la basilica della Madonna di monte Berico. Lo deduciamo da alcuni toponimi che ci suggeriscono che da queste parti si praticassero culti pagani. Il nome contrà Porton del Luzzo (versi i Berici) deriva secondo l'ipotesi più probabile da Lucus, bosco sacro, che si sarebbe esteso dalla città ai monti(3). La via Avogadro di Casanova (una salita alla basilica sul Berico) era un tempo chiamata "stradella del Diavolo"(4). Sempre ai piedi del Berico, alcune mappe antiche indicano un masso denominato "sasso di donna Berta", che sarebbe indizio di convegni di streghe, dato che Berta è frequentemente il nome delle streghe nelle tradizioni popolari cimbre(5). In aggiunta al carattere cultuale dei toponimi, abbiamo l'origine misteriosa della via sacra delle Scalette, una singolare scala monumentale costruita all'inizio della più antica salita al monte Berico. Dai documenti gli studiosi ritengono che doveva esistere una scala in quel luogo almeno qualche secolo prima dell'edificazione del santuario della Madonna di Monte Berico(6). Tra le varie salite al santuario i devoti preferivano quella più ripida delle Scalette finché non fu realizzata a metà del '700 la nuova via porticata. Viene il sospetto che le Scalette fossero il percorso sacro di riti pagani che il cristianesimo ha sradicato dedicando il monte alla Madonna.
Riprendendo il discorso sulla topografia di Vicenza. Dopo aver ottenuto con gli orientamenti verso la luna all'orizzonte la prima prova dell'origine protostorica dell'impianto viario, diamo uno sguardo complessivo alla planimetria stradale della città. L'attenzione è attratta dai lunghi percorsi di strade arcuate che avvolgono isolati di forma irregolarmente quadrangolare. Potrebbero essere i perimetri tondeggianti del sito protostorio sviluppato in zone abitative, cultuali e ortive. In mancanza di dati archeologici specifici, l'archeoastronomia fornisce l'indizio principale. Il terrapieno su cui si ergevano le mura medioevali, eccezionalmente alto e largo al Motton S. Lorenzo (a nordovest) ma molto evidente anche in contrà Motton Pusterla (a nord) e da porta Castello verso sud, non appare come opera esclusivamente medioevale. Direi che si tratterebbe dell'accumulo nel corso dei millenni dei detriti sopra un originario argine di età del bronzo. Qui prendo in considerazione solo le strade curve che si prestano a una interpretazione archeoastronomica. L'ipotesi di partenza prende esempio dalla conservazione della forma urbana protostorica in epoca romana, riscontrata in molte città padane. La prima operazione da fare è tracciare la migliore circonferenza che racchiuda la città medievale. A questo scopo ho preso tre tratti arcuati delle mura medievali, uno a ovest e uno a sud, e a nordest l'arco della contrà Canove che sarebbe proseguito a fianco di un fossato artificiale, non più esistente, chiamato "Roza de Collo" nei documenti medioevali, probabilmente su una linea prossima alla stradella del teatro Olimpico(7).
Il significato archeoastronomico della circonferenza è ricavabile ricostruendo le curve originarie secondo le simmetrie che appaiono approssimatamente. A occidente si ricava parzialmente una forma a cerchio schiacciato seguendo il percorso che inizia dalla piazza S. Biagio e procede lungo contrà S. Biagio, contrà Motton S. Lorenzo, attraversa il Castello, e continua per contrà Mura Pallamaio, girando poi per contrà Fascina e contrà Oratorio dei Proti. Il lato orientale di questo cerchio schiacciato non è più conservato nella planimetria moderna, suppongo perché cancellato dalle pianificazioni posteriori già in età antica. Il tracciato individuato si approssima apparentemente a un cerchio schiacciato allungato in senso nord-sud, formato da due cerchi minori intersecantesi, raccordato a occidente da un arco di un cerchio maggiore. Le misurazioni non consentono una approssimazione migliore di 2° o 3° dell'orientamento degli assi del cerchio schiacciato, a causa, suppongo, della larghezza dei perimetri originari, costituiti da terrapieni, palizzate e fossati affiancati, che nel corso di quasi tre millenni potrebbero essere stati alterati diversamente da zona a zona. La ricostruzione che dia gli assi cardinali riesce facilmente. I due cerchi minori, di diametro di circa 190 m, hanno centro (vedi figura) presso la confluenza di contrà Riale sul corso Fogazzaro (punto A) e presso la confluenza della stradella Loschi sulla contrà Piazza del Castello (punto B). I centri A e B determinano l'asse nord-sud. L'intersezione dei due cerchi determina quindi l'asse est-ovest che passa per il ponte delle Belle (scomparso, collegava contrà S. Marcello a piazzale del Mutilato) che sarebbe stato uno dei ponti del sito protostorico.
La determinazione dell'asse equinoziale ci aiuta nel migliorare la tracciatura del cerchio maggiore. Ponendo la condizione che il suo centro sia sull'asse equinoziale, ne troviamo conferma da un'altra simmetria ricavata dall'arco meridionale delle mura coincidente con la circonferenza. Questo arco ha l'ampiezza di una cinquantina di gradi, e è delimitato da due corde della circonferenza riconoscibili in un tratto di contrà Mure Pallamaio a ovest e lungo un lato di piazzola Gualdi a est. Se la corrispondenza non appare perfetta, si consideri le alterazioni prodotte dalle edificazioni fin dall'epoca antica, come il teatro romano presso piazzola Gualdi. L'arco e le due corde che lo delimitano hanno l'asse di simmetria sulla linea meridiana che interseca quella equinoziale nel centro della circonferenza maggiore (punto C), che risulta di circa 420 m di raggio. Possiamo considerare questo centro come il mundus della città protostorica. Gli assi equinoziale e meridiano ricavati sarebbero il decumano e il cardo della città, se non che non corrispondono a strade. In effetti sono rare le città che hanno le strade sulle direzioni cardinali richieste dal rito dell'inauguratio. Queste erano richieste ritualmente solo nell'auguraculum per l'auspicio, mentre le strade della città erano tracciate secondo altre importanti direzioni astronomiche o semplicemente secondo necessità pratiche.

Note
(*) Revisione di argomenti trattati in:
C. Frison, Vicenza antica: indagine sulle trasformazioni urbanistiche, in "il Piovego", n. 47 (1993), Padova
C. Frison, Urbanistica protostorica padana. Confronto tra Vicenza paleoveneta e Milano celtica, in "Quaderni Padani", n. 24 (1999), Novara.
C. Frison, Archeoastronomia nelle città padane, in "Astronomia", UAI, n. 5 (2001).

1) AA.VV., La fine dell'età del bronzo e la civiltà paleoveneta, in "Storia di Vicenza", vol. I, Vicenza 1987, p. 112.
2) L. Beschi, Vicenza, in "Enciclopedia dell'arte antica", Roma 1966.
3) G. Giarolli, Vicenza nella sua toponomastica stradale, Vicenza 1955.
4) Giarolli, op. cit., p. 149.
5) C. Schneller, Maerchen und sagen aus Waelschtirol, Innsbruck 1867, p. 199 ss.
6) S. Rumor, Il Santuario di Monte Berico. Le vie del Monte. Il piazzale della vittoria. Le ville, Vicenza 1926, p. 71-72.
7) F. Barbieri, L'immagine urbana, in "Storia di Vicenza", vol. II, Vicenza 1987, p. 257.


21 luglio 2008.

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