LA COMPARSA DELL'UOMO>BR> SECONDO I MITI SULLE RAZZE PRIMORDIALI(*)

di Carlo Frison

Miti di diversi popoli raccontano che ai primordi dell'umanità c'erano altre razze dalle caratteristiche straordinarie. Comparando le tradizioni delle civiltà gravitanti sul Mediterraneo orientale si delinea la distinzione tra cinque razze denominate da Esiodo razza d'oro, razza degli eroi, razza d'argento, razza di bronzo e razza di ferro.

I miti sulla razze primordiali
La mitologia dei popoli del Mediterraneo orientale inserisce la descrizione della comparsa della razza umana in un complesso di racconti che trattano di varie razze dotate di caratteristiche straordinarie che le rendono diverse dall’uomo comune. Le tradizioni sulle razze primordiali che verranno esaminate sono quelle ellenica, egeoanatolica e ebraica; inoltre qualche riferimento verrà fatto a quella mesopotamica. L'uniformità dei concetti che si riscontra in tutte le tradizioni rende presumibile che questi miti abbiano avuto una vastissima diffusione. La distinzione tra la tradizione ellenica e quella egeoanatolica è il presupposto del presente studio. Esse sono sincreticamente mescolate nella letteratura greca; però nei tempi preistorici, prima della fusione del popolo greco con quello preindoeuropeo, le due tradizioni dovevano essere nettamente distinte.
Per civiltà egeoanatolica si intende quella sviluppatesi in Anatolia e nelle isole egee prima dell'arrivo degli indoeuropei. Ne erano gli artefici dei popoli molto affini tra loro per lingua e cultura, dato che erano i diretti eredi della cultura paleolitica di caccia e vegetocoltura diffusasi dall'Europa al Vicino Oriente in un primo tempo(1), e successivamente estesasi fino all'India, originando quella unità culturale indomediterranea riscontrabile anche dalla linguistica. Le caratteristiche della civiltà preindoeuropea corrispondono perfettamente alla descrizione della biblica civiltà cainita, sicché acquista valore di ipotesi scientificamente indagabile la suddivisione, presente nella Genesi, dell'umanità primitiva nei due gruppi discendenti dai capostipiti Caino e Set. La cultura dei cainiti è facilmente rintracciabile dall'archeologo, dato che essi sono gli iniziatori del culto per i morti, delle arti, dei mestieri e della civiltà urbana. Invece il mitico gruppo dei setiti era presumibilmente composto da rozzi cacciatori evolutisi in pastori, con una cultura materiale poverissima. Solo dopo che i semitocamiti e gli jafiti (popoli che vengono ricondotti, attraverso Noè, al capostipite Set) appresero le arti e i mestieri dai cainiti, sarà possibile seguire la loro storia anche per mezzo dell'archeologia, e non solamente attraverso le connessioni linguistiche e mitologiche.
Lo studio del passato non può prescindere dai contributi offerti dalla storia delle religioni, perché le credenze religiose impresse nell'animo del popolo, non sono facilmente perse o cambiate come la lingua o la cultura materiale. Nei miti in questione si osserverà che il tema sulle razze primordiali è diversamente sviluppato nelle mitologie dei vari popoli, assumendo aspetti specifici in armonia con l'indole del popolo cui appartiene. Ho accennato in precedenza(2) all'analogia tra il racconto sulle cinque razze narrato da Esiodo nel poema «Le opere e i giorni» (vv. 109 ss.) e alcuni passi dei primi capitoli della Genesi. Infatti si riscontra che:
1) alla mitica razza d'oro di Esiodo corrisponde l'età dell'oro di Adamo nel giardino di Eden;
2) alla razza d'argento di Esiodo corrispondono i biblici «figli di Elohim»;
3) alla razza di bronzo corrispondono i nefilim biblici;
4) alla razza degli eroi di Esiodo corrispondono i cherubini;
5) infine alla razza di ferro di Esiodo corrisponde l’umanità personificata da Adamo cacciato dal giardino di Eden.
Il racconto di Esiodo appartiene alla tradizione ellenica, come vedremo più avanti. Esiste però nella letteratura greca un vasto complesso di miti di origine egeoanatolica, i cui protagonisti hanno tutte la caratteristiche delle razze primordiali. Si tratta di narrazioni che riguardano i popoli inclusi nel poema di Aristea «Gli arimaspi», e cioè gli iperborei, i grifoni, gli stessi arimaspi e gli issedoni. Mi sembra che non sia stata data la dovuta importanza alle analogie che si riscontrano tra il mito sugli iperborei e l’età dell’oro narrata dalla Bibbia. Per di più il raffronto può essere ulteriormente esteso, per cui risulta che i grifoni corrispondono ai cherubini e agli eroi di Esiodo, gli arimaspi corrispondono ai figli di Elohim e alla razza d’argento, e gli issedoni corrispondono all’umanità. Dato che nel poema di Aristea sono presenti quattro e non cinque razze, per completare il raffronto è necessario aggiungere i miti, pure di origine egeoanatolica, sui giganti, i quali risultano corrispondere ai nefilim e alla razza di bronzo.

La tabella inserita alla fine riassume i confronti tra le diverse tradizioni.

Aristea di Proconneso
Aristea di Proconneso è un personaggio particolarmente connesso con la religione apollinea. Si narrava che possedesse virtù taumaturgiche e che, dopo la sua morte. fosse apparso a Metaponto per consigliarvi l’istituzione del culto per Apollo. Gli antichi attribuiscono a Aristea il poema «Gli arimaspi», del quale però ci sono pervenuti solo alcuni frammenti. Fortunatamente il suo contenuto è stato compendiato da Erodoto(3), dal quale apprendiamo che Aristea narrava del viaggio che intraprese, per ispirazione di Apollo, nelle regioni a nordest della Grecia. Aristea si sarebbe spinto oltre la Scizia, fino al paese degli issedoni. Da costoro avrebbe appreso delle notizie sui popoli situati più a nord. Così riferisce che oltre il paese degli issedoni vivono gli arimaspi, uomini con un occhio solo; più in là si trovano i grifoni, guardiani dell'oro; e ancora più a nord, in una terra che si estende fino a un mare, vivono gli iperborei.
Tra tutti questi popoli, sono gli iperborei a attrarre maggiormente l'attenzione di Erodoto, tanto che si preoccupa di raccogliere delle informazioni su di loro da un'altra fonte, dal tempio di Delo, isola sacra a Apollo, dove esisteva un culto riserbato agli iperborei. I delii raccontavano che nella loro isola giungevano periodicamente dei doni avvolti in paglia di grano, inviati dagli iperborei. La consuetudine era stata iniziata da due fanciulle iperboree, chiamate Iperoche e Laodice, che erano arrivate coi doni a Delo, scortate da cinque compagni. Poiché gli inviati morirono sull'isola, gli iperborei, non potendo tollerare di perdere ogni volta i loro messi, si limitarono in seguito a consegnare i doni al popolo confinante raccomandandolo di inoltrarli a quello successivo e così via, affinché di mano in mano i doni giungessero a Delo(4). Sul percorso, che compiva questa trasmissione a staffetta dei doni, ci sono due versioni. Secondo quella più antica, riferita da Erodoto, i doni venivano trasmessi verso ovest fino all'Adriatico, per poi scendere lungo la costa fino a giungere all'isola di Delo. Invece secondo la versione posteriore di Pausania, i doni giungevano in Grecia percorrendo la costa balcanica orientale fino a Atene, da dove erano inoltrati a Delo.
La tradizione del tempio di Delo contiene molti riferimenti agli iperborei. La dea Latona, nata nell'Iperboreo, era giunta a Delo per dare alla luce Apollo e Artemide. Il parto era stato facilitato da un non meglio precisato «tributo»(5) che avevano appositamente portato altre due fanciulle iperboree, Arge e Opi, che, come le prime due, morirono sull'isola. I delii rendevano omaggio alle due coppie di fanciulle iperboree deponendo delle offerte sulle loro tombe. Vicino alle tombe di Iperoche e Laodice era nato un olivo(6), pianta originaria, secondo una leggenda di cui si parlerà in seguito, del paese iperboreo.
Gli autori classici riferiscono che miti sugli iperborei esistevano nelle tradizioni di altre zone della Grecia e della Magna Grecia, e in particolare a Delfi. Questi altri miti differiscono dalla tradizione di Delo, perché non accennano all'invio di doni, bensì narrano della vita beata che si conduceva nell'Iperboreo, paese felice dal clima sempre mite, dove un popolo privilegiato, caro a Apollo, viveva tra canti e danze, senza essere molestato da vecchiaia e malattie, senza compiere lavori di sorta, cogliendo i frutti che una natura rigogliosa offriva in abbondanza. Anche la morte, che giungeva dopo che una vita lunghissima di mille anni aveva reso sazi di piaceri gli abitanti, non aveva niente di drammatico e doloroso. Gli antichi collocavano gli iperborei al di là dei mitici monti Rifei, dove scorreva l'altrettanto mitico fiume Eridano. Quello che appare strano ai nostri occhi, è che si credeva che il lussureggiante Iperboreo si trovasse all'estremo nord, ma di ciò si renderà conto più avanti. Qualche autore antico aveva tentato una interpretazione concreta di alcuni elementi del mito, identificando, per esempio, l'Elidano col Po. A loro volta i Rifei erano stati identificati ora con le Alpi, ora con i monti della Tracia, ora con gli Urali o il Caucaso. Nemmeno tra gli studiosi moderni regna la concordia, anzi a quelle antiche sono state aggiunte altre ipotesi che vedono i Rifei nei monti Tian-Scian e Altai. Diversi studiosi ritengono che nei miti sugli iperborei siano contenuti alcuni fattori storici. Secondo Harmatta si tratta di una «leggenda la cui origine risale ai tempi preistorici. Appartiene alla ricerca storica chiarire al più presto questo mito, e così pure i problemi numerosi, molto interessanti, ma ancora non risolti, che implica»(7). Generalmente si è propensi a considerare storica l'usanza di inviare doni a Delo. Alcuni scorgono nel percorso dei doni la traccia di una via commerciale che collegava il Nord-europa alla Grecia per lo scambio di vari prodotti, tra i quali l'ambra(8). Gli archeologi però non hanno trovato ambra nelle stazioni della via indicata da Erodoto. Altri, riferendosi al significato agrario dei doni avvolti nella paglia di grano, pensano all'invio di primizie offerte al tempio di Delo da parte di qualche colonia situata nei Balcani. Tuttavia nessuna ipotesi finora avanzata ha saputo spiegare tutti insieme gli elementi del complesso mitico sugli iperborei. Non è stato individuato un motivo che leghi la tradizione di Delo con quella di Delfi, a parte il comune riferimento al culto per Apollo. Né è compresa la ragione dell'inserimento, nel poema di Aristea, degli iperborei accanto ai grifoni, arimaspi e issedoni.
Il resoconto di Erodoto è molto scarno, e non contiene elementi sufficienti per rispondere a queste domande. Ci sono però numerosi miti, provenienti da fonti egeoanatoliche, che possono essere ricondotti ai popoli del poema di Aristea. Lo studio sul significato e sull'origine di questi miti è necessariamente ampio. Prima è richiesta l'analisi dei miti egeoanatolici, coadiuvata dalla loro comparazione con le corrispondenti tradizioni ellenica e ebraica. Poi è richiesta una sintesi interdisciplinare dei dati mitologici con quelli paletnologici. Iniziarne dunque con lo studio delle caratteristiche dei popoli di cui parla il poema.
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Gli iperborei
Gli autori classici accennano frequentemente agli iperborei descrivendoli come una stirpe sacra, dotata di tutte le virtù immaginabili. La loro vita è primitiva ma beata, priva di affanni e malattie. Non costruiscono case. Non combattono. Non mangiano carne, ma si nutrono dei frutti spontanei che la loro terra offre in abbondanza durante tutto l'armo. Non lavorano, ma passano il tempo a danzare e a suonare la lira e il flauto; finché, dopo mille anni di vita trascorsa in tanta beatitudine, ogni piacere gli giunge a tedio. Allora vanno spontaneamente incontro a una morte serena, tuffandosi inghirlandati nel mare. È evidente che siamo di fronte a una ripetizione del mito sullo stato iniziale di innocenza e beatitudine che si riscontra nella descrizione del giardino di Eden e della razza d'oro di Esiodo. Le tre tradizioni (egeoanatolica, ebraica e ellenica) presentano diverse analogie. Alcune sono già state rilevate, per cui mi limiterò a esporre delle nuove osservazioni che rafforzano le somiglianze. Prima di procedere rileggiamo il brano di Esiodo sull'età dell'oro.
«Nei primissimi tempi una stirpe aurea di uomini mortali crearono gli Dei immortali che hanno la dimora sull'Olimpo. Essi furono al tempo di Crono, quando regnava nel cielo, e vivevano come Dèi, avendo l'animo sgombro dai dolori, lontani e al sicuro dalle fatiche e dalla sventura; non incombeva su loro la triste vecchiaia, ma sempre con lo stesso vigore nelle mani e nei piedi godevano in festa, al di fuori di tutti i malanni. Morivano, come presi dal sonno; ogni cosa bella essi avevano; la terra feconda recava i frutti, spontaneamente, molti e senza risparmio; essi quindi contenti e sereni si godevano i loro beni, in mezzo a gioie infinite (ricchi di greggi, cari agli Dèi beati). E dopo che questa stirpe ricoperse la terra, facendola scomparire, essi sono i genti, per volere del grande Zeus, quelli buoni terrestri, custodi degli uomini mortali, i quali stanno a guardia delle opere giuste e delle ingiuste, recinti di nebbia, vagando dappertutto sulla terra, datori di ricchezze, che questo dono regale essi ebbero»(9).
Come è stato notato nel capitolo precedente, nei miti sugli iperborei appaiono aspetti che finora non erano stati connessi tra loro. Ora il confronto con la razza d'oro offre il motivo per unificare la tradizione di Delfi, in cui gli iperborei sono descritti come un popolo felice di un paese beato; con quella di Delo, in cui compaiono come portatori di doni. Infatti vediamo che queste due caratteristiche sono presenti anche nella razza d’oro, i cui membri, alla morte dopo una vita felice nella loro terra feconda, vengono trasformati dagli Dèi in genii terrestri «datori di ricchezze» che distribuiscono «vagando dappertutto sulla terra», così come inizialmente hanno fatto le fanciulle iperboree, scortate da compagni, portando i doni a Delo.
L'aspetto più interessante delle tre tradizioni è che nessuna afferma che nell'età dell'oro si godesse dell'immortalità. Alcuni studiosi pensano che i frutti dell'albero della vita del giardino di Eden avessero il potere di preservare dalla morte solo se mangiati continuamente(10). Ciò implica che Adamo non sia immortale per sua natura; cacciato dal giardino subisce la condanna della morte non potendosi più nutrire dei frutti miracolosi. È una situazione che si ripete per gli iperborei. Anche gli iperborei fuori dal loro paese subiscono la condanna della morte. Le fanciulle e i loro accompagnatori che si recarono a Delo per portare i doni subirono la morte, e furono sepolti nell'isola. Allora gli iperborei dovettero escogitare l'invio dei doni attraverso degli intermediari per non incorrere nella morte sicura se fossero usciti dal loro paradiso terrestre. Ammesso che si possa essere razionali nei pensieri sulla morte, si nota nel mito una contraddizione. Questi uomini beati, benché non fossero per loro natura immortali nel paradiso terrestre, sono condannati a morire qualora ne escano. Sembra che il mito esprima più la paura che si ha per il dolore fisico che accompagna la morte, piuttosto che per la morte in se stessa. Esiodo dice che nell'età dell'oro «morivano come presi dal sonno». Il dolore non esisteva. Nell'ultimo capitolo sarà considerato che il mito esprima la serena condizione infantile, trascorsa nell'incoscienza senza pensare alla morte.
L'analogia tra l'Iperboreo e il giardino di Eden è ulteriormente ampliabile se si raffrontano le vicende della dea Latona e del serpente Pitone, con Eva e il serpente biblico. Infatti il nome Latona (o Leto) è stato connesso con «Lada», nome di una dea della Licia e anche termine lido che significa «donna»(11); il che fa pensare che Latona fosse concepita come la prima donna del mondo. Si narra che Latona fosse nata nell'Iperboreo, e che mentre era incinta di Apollo e Artemide, era perseguitata dalla gelosia della dea Era. Nessuno voleva accogliere Latona, che Era faceva inseguire dal serpente Pitone, finché trovò ospitalità nell'isola di Delo, dove diede alla luce i due gemelli. I racconti sulle due donne, Eva e Latona, sono costruiti con gli stessi elementi. Latona, come Eva, è la donna, nata nel paradiso terrestre, che subisce l'inimicizia del serpente. I racconti sono elaborati però secondo la mentalità dei due popoli, l'ebraico e l’egeoanatolico, cui appartengono. Nella tradizione di questo ultimo compare la figura della Dea Madre e lo accenno alle peregrinazioni, che sono due elementi propri della cultura matriarcale cainita del popolo egeoanatolico. Le peregrinazioni di Latona, come pure il vagabondaggio cui viene condannato Caino (Gn. 4,12), ricordano gli incessanti spostamenti che i primi coltivatori dovevano compiere per dissodare nuove terre, quando si ignorava la rotazione delle colture.
La presenza nella letteratura greca di due miti di identico significato, la razza aurea e gli iperborei, si spiega solo attribuendoli a due popoli diversi, ellenico per il primo e anellenico per il secondo. Il carattere anellenico del mito sugli iperborei è evidente in ogni tratto. Sono anelleniche, cioè originarie dell'Asia Minore preindoeuropea, le tre divinità implicate: Latona, Artemide e Apollo(12). Latona e Artemide sono due delle tante Dee Madri, diverse nei nomi, ma tutte ispirate dallo ideale femminino della divinità. Anellenica era la veggente di Delfi. Anellenico è il significato agrario del culto degli iperborei, dato che l'agricoltura è stata iniziata dai cainiti. Come culti agrari vengono interpretati sia la periodicità dei viaggi di Apollo nell'Iperboreo, sia i doni che giungevano a Delo. Sulla natura di tali doni aleggia il mistero(13), però si è propensi a connetterli a delle offerte per la fertilità, dato che alcuni dicono che si trattasse di «primizie»(14). La segretezza sui doni non sorprende. Anche nei riti iniziatici (di origine anellenica), in cui si dovevano compiere azioni che significavano una ideale morte e rinascita, le fanciulle ateniesi dovevano portare degli oggetti misteriosi in ceste. È evidente l'analogia con le misteriose offerte avvolte nella paglia portate a Delo dalle fanciulle Iperoche e Laodice che, secondo il mito, effettivamente morirono dopo aver compiuto il rito. Altro tratto anellenico sono i sacrifici di asini(15) che gli iperborei tributavano a Apollo quando arrivava nel loro paese. I greci trovavano strani i sacrifici di asini, che invece sono testimoniati in Asia Minore(16), e probabilmente nella Creta preellenica(17).
Gli argomenti a sostegno del carattere greco del racconto di Esiodo sulle razze primordiali sono meno numerosi. Risultano più che altro dalla assoluta mancanza di accenni ai culti agrari del ma-triarcato. Infatti non è nominata nessuna dea, né ci sono le ricorrenze culturali cicliche dei riti agrari. Si può ritenere che il mito sia proprio di un popolo pastorale completamente ignaro dell'agricoltura, come si ritiene che fosse stato quello greco nella remota preistoria.
 
I grifoni
Lo studio sui grifoni deve affrontare due temi: la loro funzione di guardiani sacri, e la collocazione del loro paese. Gli accenni al popolo dei grifoni nella letteratura greca sono poco numerosi. Nei testi non è specificata chiaramente la loro collocazione rispetto agli altri popoli di Aristea, Secondo Erodoto il loro territorio separa quello degli iperborei da quello degli arimaspi. Le parole di Erodoto escludono che il paese degli arimaspi confini con quello degli iperborei. Infatti è detto che: «a nord di questi (gli issedoni) abitano gli arimaspi, uomini con un occhio solo, e al di là i grifoni, guardiani dell'oro e ancora più a nord gli iperborei»(18). Da Pausania invece apprendiamo che gli iperborei consegnano direttamente agli arimaspi i doni da inviare a Delo(19); consegna che, secondo Erodoto, era fatta al popolo confinante, dato che gli iperborei non volevano uscire dal loro beato paese(20). Della stessa idea sembra essere Plinio, che non cita i grifoni, ma nomina gli arimaspi come ultimo popolo prima dei monti Rifei (monti non citati da Erodoto), oltre i quali ci sono gli iperborei(21). Si vede quindi che gli autori classici non danno una indicazione precisa sulla collocazione dei grifoni.
La questione è risolvibile ricorrendo all'omologo mito biblico. Già Kiessling paragonava i grifoni ai cherubini posti a guardia del paradiso perduto(22). Sappiamo poi che nel mito egeoanatolico i grifoni erano custodi dell'oro, e che nel mito ebraico nel giardino di Eden c'era l'oro (Gn. 2, 11), Si può così dedurre che, per parallelismo con la Bibbia, i grifoni erano i guardiani del paradiso terrestre degli egeoanatolici, cioè dell'Iperboreo, e custodivano l'oro che vi si trovava. Questo spiega perché a Apollo fossero cari i grifoni(23), dato che li poteva incontrare ogni volta che tornava nello Iperboreo; e spiega perché i grifoni non partecipassero alla trasmissione dei doni per Delo: non sarebbe stato confacente al loro ruolo di guardiani.
Per integrare le scarne notizie letterarie sui grifoni è necessario ricorrere alle raffigurazioni artistiche, in cui appaiono come favolosi esseri compositi, formati da testa e ali di aquila e corpo di leone. Esiste anche un tipo di grifone-demone, col corpo umano e testa e ali di aquila, che assolve la funzione di guardiano dell'albero della vita(24). Talvolta anche la testa è umana, ma sono sempre presenti le ali. Pare che gli antichi attribuissero la funzione di guardiani sacri a esseri o compositi o solamente umani, ma comunque con le ali. Nella tradizione mesopotamica troviamo i Karibu, vocabolo che viene collegato all'ebraico Kerub (cherubino)(25). Anche i due cherubini posti per ordine di Mosè sull'arca della testimonianza erano uomini alati (Es. 25, 18 ss.).
Tuttavia la tradizione egeoanatolica si differenzia per un particolare. I grifoni di Aristea sono custodi dell'oro; mentre i cherubini, pur essendoci l'oro nel giardino di Eden, sono posti espressamente a guardia dell'albero della vita. L'accento posto sulla custodia dell'oro, nel mito egeoanatolico, è comprensibile tenendo conto della importanza che i metalli avevano presso i preindoeuropei, inventori della metallurgia. Ma le idee sui grifoni non erano limitate alla custodia dell'oro. Picard suppone che i grifoni abbiano un grande ruolo «nell'escatologia minoica»(26). Il ruolo che cherubuni e grifoni svolgevano nelle idee degli antichi sulla morte risulta meglio analizzabile coadiuvandosi del confronto col mito ellenico omologo, e cioè con la razza degli eroi della narrazione di Esiodo. Prima bisogna precisare che presso i greci l'appellativo di «eroi» non era specifico di una razza primordiale, ma poteva essere attribuito anche a divinità subalterne agli Dèi olimpici, o a defunti famosi distintisi nel passato per imprese notevoli(27). La non univocità del concetto di eroe si ripresenta nel brano di Esiodo in questione, comparendovi due tipi di eroi dai destini diversi. Dapprima sono descritti eroi che presentano tratti riconducibili all'epoca di Omero, in contrasto col carattere primitivo specifico della razza primordiale dei veri eroi che compare in seguito nel brano. Esiodo inizia parlando in generale degli eroi nel seguente modo:
«Ed ecco, dopo che anche questa stirpe (quella di bronzo) ebbe nascosto la terra, di nuovo una altra razza, la quarta fece Zeus Cronide sulla terra nutrice di molti, più giusta e più buona, la stirpe divina degli eroi, i quali hanno il nome di semi-dèi, quella che ha preceduto la nostra sulla terra infinita».
Poi prosegue descrivendo un primo tipo di eroi:
«Questi distrusse quindi la guerra nefasta e la terribile mischia, alcuni presso Tebe dalle sette porte, sulla terra di Cadmo, mentre lottavano per le greggi di Edipo, altri anche sulle navi, al di là detta grande distesa del mare, dopo che la guerra li aveva spinti a Troia, per causa di Elena dalla bella chioma. Quivi alcuni nascose sotterra il fato della morte...».
Qualche autore ha supposto che la razza degli eroi sia una interpolazione introdotta, forse dallo stesso Esiodo, in un mito primitivo riguardante le razze nominate secondo i metalli: oro, argento, bronzo e ferro(28). Io ritengo piuttosto che l’interpolazione interessi esclusivamente la seconda parte sopra trascritta del brano, perché nella terza parte compaiono eroi completamente diversi, che ben si accordano col mito sulle razze primordiali, e sono assimilabili ai grifoni e ai cherubini. Ecco la terza parte del brano:
«...mentre ad altri Zeus Cronide concesse una dimora, lontano dagli uomini, verso i confini della terra, (lungi dagli immortali sui quali regna Crono). Ed essi abitano là, con l'animo sgombro di affanni, nelle isole dei beati, presso l'Oceano dai vortici profondi, gli eroi venerandi, per i quali tre volte nell'anno la terra ricca di doni porta un soave pingue raccolto».
La distinzione tra i due tipi di eroi risulta dalla frase: «Quivi alcuni nascose sotterra il fato della morte, mentre ad altri Zeus Cronide concesse una vita e una dimora...». Sembra di intendere che il secondo tipo di eroi, come scrive Kirk, continui «a vivere invece di morire»(29). Si tratta dell'unica razza risparmiata dal fato della morte; benché questo non la equipari agli Dèi olimpici, perché gli eroi sono «lungi dagli immortali sui quali regna Crono» come specifica Esiodo, non essendo le isole dei beati (il paradiso terrestre, come vedremo) la dimora degli Dèi.
Le altre razze (oro, argento, bronzo e ferro) hanno destini postumi diversi, ma sono, appunto, tutte mortali. Gli eroi invece (quelli della terza parte del brano) sono l'unica eccezione e non subiscono la morte. Ciò induce a riflettere sul significato delle raffigurazioni di grifoni-demoni posti vicino a un albero. Talvolta sono rappresentati nell'atto di cogliere un frutto, o con un frutto staccato in mano. Comunemente si crede che si tratti di un albero sacro. Probabilmente è quell'albero della vita che dava l'immortalità a chi ne mangiava continuamente i frutti. Poiché i grifoni sono gli unici a non patire la morte, viene giustificato il significato escatologico che essi hanno nella decorazione del sarcofago di Hagia Triada.
Per assolvere al compito di guardiani sacri, a salvaguardia delle prerogative degli Dèi dalle usurpazioni dei mortali, i grifoni sono immaginati come valorosi combattenti. Gli artisti li hanno spesso rappresentati in scene di lotta. Perciò ai grifoni sono paragonabili i due eroi Crato e Bia, costanti accompagnatori di Zeus, e combattenti ai suoi ordini. Probabilmente è questo il motivo che ha indotto Esiodo a interpolare, nel racconto sulla primordiale razza degli eroi, i valorosi combattenti della guerra di Troia e della spedizione dei sette contro Tebe, dato che queste gloriose imprese militari erano suscitate e guidate dagli Dèi, al cui servizio i guerrieri combattevano.
Infine si osserva che nei miti omologhi delle tre tradizioni era comune l'idea di un paradiso terrestre abitato da due razze distinte. Come i cherubini abitavano nel giardino di Eden di Adamo(30), e i grifoni nel paese degli iperborei, così la razza degli eroi abitava nello stesso paese della razza d'oro. Infatti le isole dei beati, dove soggiornano gli eroi, sono un luogo rigoglioso dove «tre volte nell'anno la terra ricca di doni porta un soave pingue raccolto». Situazione identica presenta il paese della razza d'oro, dove «la terra feconda recava i frutti, spontaneamente, molti e senza risparmio». Negli autori classici la terra degli iperborei venne a fondersi con le isole dei beati(31). Si nota perfino una analogia geografica L'iperboreo si estende «fino a un mare»(32), così come secondo Esiodo le Isole dei beati si trovano «presso l'Oceano dai vortici profondi».
 
Gli arimaspi
Le scarse notizie che si hanno sugli arimaspi sono fatte risalire tutte a Aristea. Esse si riducono nel descriverli come uomini con un occhio solo(33), che sono in continua guerra contro i grifoni per sottrargli l’oro(34). Queste notizie non sarebbero sufficienti per comprendere il loro mito, se Strabone non ci offrisse una indicazione che permette di arricchire notevolmente il materiale di studio. Egli ritiene che «forse Omero ha preso a prestito la sua idea dei ciclopi monocoli dalla storia della Scizia, poiché è riferito che gli arimaspi sono un popolo monocolo, un popolo che Aristea di Proconneso ha fatto conoscere nel suo poema «Gli arimaspi»(35). I ciclopi appartengono alla vasta mitologia anellenica. Gli antichi pensavano a una origine dalla Licia dei loro miti(36). Ci sono due tipi di ciclopi, che troviamo descritti l'uno da Omero e l'altro da Esiodo, ma è opinione che sia gli epici giganti incontrati da Ulisse, sia gli artefici delle folgori di Zeus nominati da Esiodo, debbano essere ricondotti in realtà a uno stesso tipo fondamentale, cioè alla manifestazione di esseri ipoctonii(37). I ciclopi erano concepiti anche come edificatori di grandi opere, per esempio delle mura di Micene, ma in quest'ultimo caso si tratta chiaramente di una invenzione eziologica basata sulla preesistente nozione di ciclope.
Dai numerosi racconti che li riguardano si deduce che nel poema di Aristea gli arimaspi-ciclopi hanno la stessa funzione svolta dai biblici figli di Elohim e dalla razza d'argento rispettivamente nelle tradizioni ebraica e ellenica. Consideriamo allora le loro caratteristiche. Particolarmente significativo è il loro unico occhio che avevano sulla fronte. Abitualmente si crede che il monocolo sia un simbolo solare(38); ciò li pone in connessione con l'Essere celeste onnisciente, connessione che viene rafforzata dai nomi dei tre ciclopi citati da Esiodo: Sterope (lampo), Arge (fulmine) e Brente (tuono). Ma i ciclopi non sono divinità, anzi sono dei mortali malvagi, sterminati perciò dagli Dèi. La stessa enigmatica connessione si ripresenta a proposito dei figli di Elohim; in cui il nome, dedicato all'Essere supremo celeste Elohim, non significa che godano del favore divino, perché saranno analogamente sterminati (Gn. 6, 3). L'analogia tra figli di Elohim e ciclopi si manifesta in tutta la sua profondità, se si considera che in entrambi i casi questa razza è figlia dell'Essere celeste, Elohim o Urano a seconda delle tradizioni, mentre l'uomo non ha avuto materialmente origine dall'Essere celeste, ma da un Dio antenato. Secondo il mito, la Terra Madre ha concepito da Urano alcune Divinità, i ciclopi e altri esseri, ma non gli uomini. Gli uomini erano sorti direttamente dalla terra come dei frutti; oppure, secondo un altro racconto, avevano avuto come antenato maschile Deucalione, che li fece sorgere gettando dietro di sé le ossa della Terra Madre, cioè i sassi; le pietre cadendo vennero trasformate in uomini(39). Nella tradizione ebraica, Adamo è formato da Jahweh, che inizialmente aveva il carattere di un Dio antenato(40), analogamente al mito greco di Prometeo che foggia con l'argilla il primo uomo.
Nonostante l'enigmatico rapporto con l'Essere celeste, questa razza era malvagia e non adorava gli Dèi. Secondo Omero i ciclopi erano arroganti e superbi, tanto da vantarsi di non badare agli Dèi, perché si ritenevano più forti di loro. Anche la guerra che gli arimaspi conducevano contro i grifoni per sottrarre l'oro del paradiso terrestre, è da considerare un episodio della rivolta contro gli Dèi. L'oro è un metallo solare; quello del paradiso terrestre era esclusivo della regale Maestà degli Dèi celesti, per cui era custodito dai grifoni vindici divini. Per punire i loro figli ribelli, gli Dèi cacciarono i ciclopi nel Tartaro, il sinistro luogo sotterraneo, rendendoli esseri ipoctonii. Questi concetti sui ciclopi vengono riassunti e attribuiti alla razza d'argento, ugualmente formata da esseri violenti, ribelli agli Dèi, i quali li puniscono conficcandoli sotto terra. Ecco il brano di Esiodo:
«Quindi una seconda stirpe, molto inferiore, di argento, crearono in seguito gli abitanti delle Olimpie dimore, né per aspetto né per carattere simile a quella aurea. Ma per cento anni il fanciullo cresceva fiorente accanto alla fida madre, ignaro del tutto, nella sua casa, ma quando diveniva uomo e toccava le soglie della giovinezza, allora poco tempo essi vivevano, soffrendo dolori, a causa detta loro stoltezza, poiché non avevan la forza di tener lontana da loro la tracotante violenza, né venerare gli Dèi immondi essi avevano in animo, né compiere sacrifici sui santi altari degli Dèi beati, che è pio dovere degli uomini, secondo le tradizioni locali. Or quelli in seguito Zeus Cronide li spinse sotterra, mosso a sdegno, perché essi non rendevano gli onori ai beati che stanno sull'Olimpo. Così, dopo che anche questa stirpe nascose la terra, essi hanno il nome di mortali beati, genii degli inferi, - i secondi -, ma pur tuttavia anche a loro spetta la venerazione!»
Oltre a quelle considerate, ai ciclopi e alla razza d'argento vengono attribuite altre caratteristiche specifiche per ciascuna tradizione. L'argomento sarà ripreso nell'ultimo capitolo, dove sarà trattata l'origine di questi miti.
 
Gli issedoni
Diversamente dalle altre razze primordiali, agli issedoni non vengono attribuite facoltà superumane, né abitano un paese favoloso. Sono semplicemente degli uomini. Perciò nel poema di Aristea hanno lo stesso ruolo svolto dalla discendenza di Adamo e dalla razza di ferro nelle altre tradizioni. Di quest'ultima non è interessante riportare il brano di Esiodo, trattandosi di una sconsolata descrizione della natura umana, Tuttavia gli issedoni non sono identificabili con l'intera umanità primitiva. Nella descrizione che ne fa Erodoto si individuano i tratti essenziali della cultura matriarcale. Quindi il racconto deve essere di origine cainita. Probabilmente gli egeoanatolici esaltavano negli issedoni il loro ideale di vita, ignorando le concezioni dei popoli patriarcali setiti (camiti, semiti e jafiti). Ecco il brano di Erodoto:
«Dei costumi degli issedoni si dice che, quando a qualcuno muore il padre, tutti i parenti gli portano in dono delle pecore, e, dopo che le hanno sacrificate e ne hanno fatto a pezzi le carni, sezionano anche il cadavere del padre dell'ospite, mescolano insieme brani ovini e umani e imbandiscono un banchetto. La testa del morto viene invece rasata, pulita, indorata e venerata come sacro simulacro. Questo è l'onore che i figli rendono al padre morto, così presso i greci si suole celebrare l'anniversario dei defunti. Peraltro gli issedoni hanno fama di grande giustizia e presso di loro le donne hanno gli stessi diritti degli uomini»(41).
Esaminiamo le usanze degli issedoni.
1) L'accenno alla parità dei diritti tra uomo e donna configura una cultura in qualche modo matriarcale, il che esclude la ricerca degli issedoni tra i pastori patriarcali setiti.
2) La pratica del cannibalismo (rituale funebre, in questo caso) è propria dei coltivatori primitivi matriarcali. Anche in Grecia esistevano pratiche simili. Platone riferisce una credenza relativa ai riti del tempio anellenico di Giove Liceo in Arcadia: «chi gusta visceri umani mescolati con viscere di altre fiere, diventa necessariamente lupo»(42). Analogamente gli issedoni mescolavano carni umane e animali nel banchetto funebre.
3) Anche il culto delle teste è proprio dei culti agrari preindoeuropei. Il taglio della testa è testimoniato dalle pitture murali di Çatal Hüyük, città neolitica dell'Anatolia, dove sono raffigurati uomini senza testa. Il culto delle teste comportava il trattamento dei crani. Nella Gerico neolitica sono stati trovati crani su cui erano modellati col gesso i lineamenti del volto. Le maschere funebri d'oro sono invece di epoca più recente. Il taglio della testa fa parte anche di alcuni imiti. Il dio anatolico Litierse era un mietitore di grano e un tagliatore di teste(43). Enomao taglia le teste dei pretendenti di sua figlia(44), e le appende nel suo palazzo. La testa di Orfeo recisa è deposta nel santuario di Dioniso nell'isola di Lesbo(45).
4) Da varie notizie si ha l'impressione che presso i preindoeuropei, come è caratteristico delle culture matriarcali, la vita sociale fosse regolata da leggi rigorose e severe. Erodono dice semplicemente che gli issedoni avevano fama di grande giustizia. Ciò implica che giudicavano le loro azioni in base a un codice. Deduzione analoga si ricava a proposito degli atlantidi(46). Platone dice che gli atlantidi avevano leggi scritte, e che dopo un rito sacrificale del toro, durante la notte, spento ogni fuoco, giudicavano e erano giudicati(47). La scena ha l’aspetto di una riunione di una società segreta. D’altronde le società segrete erano tipiche della cultura matriarcale.
 
I giganti
Nel poema di Aristea ci sono solo quattro popoli, mancando quello corrispondente alla razza di bronzo di Esiodo e ai nefilim biblici. Questa lacuna offrirà motivo per una interessante ipotesi che sarà esposta nell’ultimo capitolo. Comunque nella tradizione egeoanatolica non manca una razza simile, solo che non è presente nell’elenco dei popoli di Aristea. Infatti nei miti egeoanatolici troviamo dei personaggi chiamati giganti, nome probabilmente di radice egeoanatolica(48), che hanno tutte le caratteristiche per completare perfettamente il parallelismo tra le tre tradizioni. I miti sui giganti sono complessi e hanno numerose varianti, complicate ulteriormente dal fatto che a volte i giganti sono confusi coi Titani. La differenza invece è essenziale. I Titani sono una generazione di Dèi decaduti, sconfitti da una coalizione guidata da Zeus. Diversamente i giganti sono affini alla stirpe umana, sebbene più forti, ma anch'essi mortali(49). Si può ritenere che le tarde elaborazioni letterarie hanno confuso tra loro i racconti originari, e arricchiti di particolari favolosi. Perciò dobbiamo affidarci ai concetti generali, senza seguire nei dettagli le avventure descritte dai poeti in tutte le loro varianti. In sintesi si può dire che i giganti sono uomini primitivi, altissimi, di grande forza e di aspetto composito, dato che hanno i piedi a forma di serpente. Forse ciò vuole esprimere la primitività di questi personaggi; come si ha nel caso di Cecrope, l'ateniese primordiale che essendo sorto generato dalla terra era immaginato partecipe della natura del serpente. Cecrope significa «caudato»; era un essere mezzo uomo e mezzo serpente(50). Siamo perciò nell'ambito della cultura matriarcale. Il tema mitico della rivolta dei giganti contro gli Dèi è una ripetizione di quelle dei Titani e dei ciclopi. Come scrive Cinti «Né Omero né Esiodo accennano alla loro lotta (dei giganti) con gli Dèi»(51). È probabile che la gigantomachia sia stata immaginata prendendo come modello le lotte degli Dèi contro i Titani e i ciclopi.
Sulla base delle vicende degli aloadi e di quanto si dirà più avanti a proposito della razza di bronzo, si può avanzare l'ipotesi che i miti originari parlassero della uccisione dei giganti non per opera diretta degli Dèi, ma per opera di lotte fratricide. Il mito sugli aloadi è un'altra versione di quello sui giganti, con l'eccezione che i primi non sono mostruosi, se non per l'enorme altezza. In ambedue le versioni compare il nome Efialte, che ora è un aloade ora è un gigante. Gli aloadi erano due fratelli dotati di forza enorme, tanto che si impadronirono di Ares, il dio della guerra e lo incatenarono in una botte di bronzo, finché non fu liberato dall'astuto Ermes. La tracotanza degli aloadi non aveva limiti, perché era stato profetato che non sarebbero stati uccisi né dagli uomini né dagli Dèi. Ma la profezia si avverò nel senso che, per una astuzia di Artemide, si scatenò una violenta discordia tra i due fratelli, sicché si uccisero tra loro. Poi gli Dèi li conficcarono nell’Erebo, la più profonda oscurità della terra.
Nei giganti e negli aloadi non si scorgono tratti positivi, tanto che risulta appropriato il nome Efialte, che significa «incubo». Piuttosto qualcosa di buono si può notare per i ciclopi, che hanno pur sempre il .merito di aver fabbricato i fulmini di Zeus. Anche nella parallela tradizione ellenica, alla razza di bronzo vengono attribuiti solo caratteri negativi, diversamente da quella d'argento per la quale Esiodo scrive che, nonostante la sua malvagità, «pur tuttavia anche a loro spetta la venerazione». Ecco il testo di Esiodo sulla razza di bronzo.
«E Zeus padre una terza stirpe, diversa, di uomini mortali creò, quella del bronzo, per nulla simile all'argentea, nata dai frassini, terribile e possente: ad essi stavano a cuore le opere di Ares funeste e le violenze, e non mangiavano il grano, ma possedevano un cuore intrepido come il diamante, spaventosi all'aspetto; una forza immensa e delle mani invincibili venivan dagli omeri al loro corpo possente. Di bronzo erano le loro armi, di bronzo le dimore, con il bronzo essi lavoravano; non c'era ancora il nero ferro! E poi, abbattuti dalla forza stessa delle loro braccia, quelli se ne andarono alla casa di Ade tremendo, senza fama qualsiasi; la morte tenebrosa li prese, quantunque terribili, e lasciarono così la luce splendente del sole».
Negli uomini di bronzo troviamo gli aspetti salienti che abbiamo visto per i giganti o per gli aloadi. Hanno una forza enorme e l'aspetto mostruoso. Le loro dimore di bronzo ricordano la botte di bronzo in cui gli aloadi rinchiusero Ares. Come nel caso degli aloadi si procurano la morte con le loro stesse braccia. Vengono anche loro conficcati nell'Ade, avvolti nelle tenebre e nell'oblio: non sono degni di venerazione.
Per quanto riguarda la terza tradizione, quella ebraica, non c'è molto da dire sui personaggi omologhi, e cioè sui nefilim. La Bibbia si limita a dire che sono «i famosi eroi dell'antichità» (Gn. 6, 4). Le caratteristiche dei nefilim non sono chiare. Alcuni studiosi danno al loro nome il significato di «distruttori» o di «uomini violenti e oppressori», e ciò indica una grande forza. Però è una tradizione affermata che i nefilim siano connessi coi miti sui giganti(52); solitamente il termine nefilim è appunto tradotto con «giganti».
 
L'allegoria dei metalli
A conclusione della rassegna sulle razze primordiali rimane da esporre il motivo che indusse Esiodo a chiamarle col nome di metalli. Secondo l'opinione dei più i metalli sono una allegoria per esprimere il carattere delle razze. Questo è evidente per l'oro e l'argento. L'oro incorruttibile e radioso è il metallo dell'età privilegiata del paradiso terrestre. L'argento è un metallo nobile, ma meno pregiato e ambiguo. La sua lucentezza facilmente scompare fino all'annerimento; perciò è adatto a simboleggiare l'ambigua razza che, pur essendo degna di venerazione, si è ribellata agli Dèi. Ma anche il bronzo ha un significato allegorico. Essendo il metallo delle armi richiama alla mente la forza dei guerrieri. Qualche autore ha supposto che questa razza usasse effettivamente il bronzo(53). Ma non si comprende come si possa confondere una razza primordiale che non conosceva il grano, coi guerrieri dell'età del bronzo. Il significato allegorico risulta evidente se si considera che erano «di bronzo le dimore» loro, fatto assolutamente non realistico. Come esempio di significato allegorico si può dire che nella mitologia esiste un personaggio il cui nome Calcodonte (che significa «denti di bronzo») vuole esprimere il carattere e la forza e non certamente una realtà(54). Anche il significato allegorico del ferro, al quale è intitolata l'umanità attuale, è evidente. Il ferro, faticoso da forgiare e subito alterato dalla ruggine, esprime la fatica e il deperimento della vita.

Alla ricerca del paradiso terrestre
La perfezione delle analogie tra le tre tradizioni induce a supporre che i miti sulle razze primordiali non siano pure elaborazioni fantastiche, ma contengano degli elementi realistici in ordine alla localizzazione geografica di una terra considerata particolarmente felice dagli antichi (il paradiso terreste), e all'identificazione storica di ogni razza. In questo capitolo è affrontata la prima questione. Le notizie che abbiamo sul paradiso terrestre risultano dalla somma delle tre descrizioni dell'Iperboreo, delle isole dei beati e del giardino di Eden. Purtroppo solo dall'Iperboreo ricaviamo elementi utili alla ricerca, data la ricchezza di notizie dei miti egeoanatolici. Le scarse indicazioni presenti nelle altre due tradizioni sono già contenute nei miti sull'Iperboreo. Prima di affrontare l'argomento si deve precisare che la citazione dei fiumi Tigri e Eufrate, nella Bibbia (Gn. 2, 10-14), non significa che il giardino di Eden fosse in Mesopotamia. Bisogna tener conto della confusione di idee che tutta la antichità aveva sull'origine e il corso dei grandi fiumi; addirittura si pensava che le sorgenti del Nilo si trovassero in India. L'elemento mitico comune è che sia nell'Iperboreo sia nel giardino di Eden c'è un fiume. Il fiume dell'Iperboreo si chiama Eridano. La Bibbia aggiunge che il fiume dopo aver irrigato il giardino, si divide in quattro rami, due dei quali sono il Tigri e l'Eufrate, e gli altri due, secondo una interpretazione antica, dovrebbero essere il Nilo e l'Indio. Naturalmente non si tratta di una reale identificazione geografica. Nemmeno il Tigri e l'Eufrate da soli sono ramificazioni di un unico fiume. I quattro fiumi rappresentano piuttosto la globalità del mondo; perciò il significato è che l'acqua che rende possibile la vita, nelle zone delle grandi civiltà dell'antichità, non è altro che un dono proveniente dal fiume del paradiso terreste(55).
Dicevo dunque che per localizzare il paradiso terrestre è necessario ritrovar l'Iperboreo. Gli studiosi ritengono che ci siano tratti storici nel mito. Per esempio secondo Biancucci, anche a prescindere dalla veridicità o meno dell'effettiva provenienza dall'estremo nord dei doni destinati a Apollo, sulla realtà di essi in ogni caso non è lecito dubitare in quanto ne troviamo la menzione anche in alcune iscrizioni a Delo(56). Ma per individuare l'Iperboreo non è possibile seguire a ritroso il percorso dei doni, perché negli autori classici sono indicate solo le tappe nel territorio greco, e non quelle precedenti, che sono del tutto ignote. La via finora seguita dagli studiosi per orientare le ricerche è la ricostruzione dell'etimo della parola «Iperborei», cui è stato attribuito il significato di «al di là del vento del nord» o «al di là dei monti», ma c'è chi ritiene irrisolvibile la questione etimologica. Harmatta ribadisce l’opinione che il nome iperborei tragga origine dall'elemento arcaico Bore, che significherebbe «monte»(57), e indicherebbe la grande montagna mitica (i Rifei) al di là della quale gli antichi ponevano il felice popolo degli iperborei. L'ipotesi sarebbe molto utile se si sapesse quali fossero i monti Rifei. Nell'antichità c'era chi li identificava con le Alpi, chi coi monti della Tracia o con altri ancora; ma alcuni li ponevano nell'estremo settentrione. Ciò appare strano perché al nord del continente euroasiatico non c'è né una grande catena montuosa né una terra rigogliosa dal clima mite dove potessero vivere i beati iperborei. Eppure gli antichi sapevano benissimo, come riferisce Erodoto, che quelle terre erano deserte e inospitali per il gran freddo, dato che lo inverno dura «per otto mesi all'anno; ma anche negli altri mesi il freddo è intenso»(58). La spiegazione di questa contraddizione si trova nella credenza, riferita da Plinio, che la luce di sei mesi dell'estremo nord, di cui gli antichi avevano sentito parlare, avesse lo straordinario potere di rendere temperato il clima e rigogliosa la terra. Avevano cioè immaginato che il lussureggiante Iperboreo dovesse essere là dove il benefico sole poteva agire ininterrottamente per sei mesi. Plinio mostra di credere che sia questo il motivo che induceva alcuni a collocare gli iperborei nell'estremo nord, ma riferisce che altri li collocavano altrove, per esempio tra ponente e levante, in mezzo al mare(59).
La disparità di opinioni ci consente di svincolare la ricerca dalla direzione verso nord. È ovvio che le condizioni climatiche dell'Iperboreo fanno pensare a un paese il più possibile vicino all'equatore. Fortunatamente il mito ci da una indicazione precisa che ci indirizza immediatamente sul luogo dove concentrare l'indagine: nello Iperboreo c'era l'olivo. Se questo significa che l’olivo è originario dall'Iperboreo, è sufficiente localizzare la zona originaria dell'olivo per trovare il paradiso terrestre. Pindaro narra che Eracle portò degli olivi dalla terra degli iperborei per piantarli nella zona sacra di Olimpia. Con i rami di quell'olivo sacro erano intrecciate le corone che ricevevano in premio i vincitori dei giochi olimpici(60). Se la leggenda ha come fondamento storico la diffusione dell'olivo, l'Iperboreo doveva essere in una zona del Belucistan e dell'India occidentale perché questa è probabilmente l'area originaria della pianta. Alcuni ritengono che l'origine dello olivo sia da individuare in una zona compresa tra l'acrocoro armeno, il Pamir e il Turkestan(61). Altri non escludono zone più meridionali. Come vedremo più avanti la leggenda dell'Iperboreo è nata nell'epoca paleolitica, durante l'era glaciale, quando la temperatura era inferiore a quella attuale e quindi la zona temperata adatta alla crescita dell'olivo doveva essere ridotta alle zone più meridionali tra quelle ipotizzate, e cioè al Belucistan e all'India. Attualmente un olivo selvatico, con la pagina inferiore della foglia gialla e ferruginosa, è frequente in Afganistan, Belucistan e India occidentale, ma anche a sud del Sahara; esso è considerato da taluni il progenitore della forma coltivata(62). La presenza dell'olivo selvatico anche a sud del Sahara si spiega solo ammettendo una sua diffusione dall'Asia fin nella epoca preistorica. È probabile che gli autori della diffusione siano stati i popoli cainiti, sia perché la loro presenza in Africa è testimoniata dall'arte rupestre preistorica, sia perché sono stati i primi coltivatori. L'importanza dell'olivo, e la sua stessa sacralità, dovrebbe derivare dal suo elevato valore alimentare. La grande quantità di olio contenuto nei frutti li rende molto energetici e discretamente conservabili; due fattori molto importanti per una economia basata sulla vegetocoltura. Ora si verifica facilmente che la zona individuata ha tutte le caratteristiche attribuite allo Iperboreo.
1) L'Iperboreo si trova oltre la catena montuosa dei Rifei, coperti da nevi e ghiacciai perenni(63); e, secondo Erodoto, si estendeva fino a un mare, come ho riferito sopra. Anche le mitologie mesopotamica e ugaritica, ammettono un paradiso divino sui fianchi della «Montagna del Nord» da dove sorgevano i fiumi(64). Questa è appunto la situazione dell'India, compresa tra l'oceano e l'Himalaia-Hindukush, che nell'era glaciale erano coperti da ghiacciai perenni per una estensione molto maggiore di quella attuale.
2) II popolo degli issedoni si trovava dall'altra parte dei Rifei, rispetto agli iperborei. Infatti gli issedoni sono la idealizzazione della cultura camita, la cui presenza nell'Asia settentrionale è testimoniata dall'arte paleolitica.
3) II paradiso terrestre era una zona favorita dal clima, che permetteva il sostentamento per tutto l'anno semplicemente raccogliendo i frutti. Anche questa condizione è soddisfatta dall'India.
4) Nel paradiso terrestre i grifoni custodivano l'oro. Questa sembrerebbe una indicazione vana, incapace di orientare su una zona specifica. Invece disponiamo di un passo di Erodoto che ci indirizza verso l'India. Erodoto narra che certi indiani, abitanti «più a nord degli altri, in direzione del vento di Borea»(65), compivano delle scorribande per raccogliere della sabbia aurifera custodita da delle temibili «formiche un po' più piccole dei cani e più grandi delle volpi»(66). Già nell'antichità questo racconto era accostato a quello degli issedoni, arimaspi e grifoni custodi dell’oro; forse perché, come dice Herrmann «la carta di Erodoto da l'impressione che la terra degli issedoni non sia molto lontana dall'India»(67). Si può ipotizzare che Erodoto abbia raccolto da due fonti diverse, due versioni di un mito primordiale sull'oro del paradiso terrestre.

la comparsa dell'uomo
Ognuna delle tradizioni sulle razze primordiali è dotata di un proprio carattere che è la manifestazione della cultura e dell'indole del popolo cui appartiene. La tradizione egeoanatolica è la più ricca di notizie, ma è anche la più elaborata da quella fantasia mitopoietica che sembra essere caratteristica dei popoli cainiti; fantasia che è degna dell'inventiva di coloro che sono stati gli iniziatori della civiltà urbana con le sue arti e mestieri, ma che, di contro, giustifica l'accusa, rivolta dai greci ai cretesi di origine egeoanatolica, di essere dei bugiardi, accusa provocata dal mito cretese della morte e sepoltura di Zeus. La tradizione ellenica focalizza l'attenzione sugli aspetti etici. L'esortazione che Esiodo rivolge a suo fratello Perse, alla fine del racconto, di seguire la giustizia e di non incoraggiare la violenza, e soprattutto la rilevanza che i pensieri sulla morte hanno nella caratterizzazione di ciascuna razza, manifesta uno spirito meditativo che ben si addice al popolo della più penetrante filosofia dell'antichità. La tradizione ebraica è in armonia con la storicità di tutta la Bibbia. Come è stato osservato, il versetto Gn. 6,4: «I nefilim erano sulla terra in quei tempi...» ha l'aspetto di una indicazione cronologica(68). Tratti storici sono contenuti in diversi miti, ma ciò che è specifico della tradizione ebraica è il rispetto per l'ordine cronologico degli avvenimenti. Solitamente nelle mitologie degli altri popoli rimane dell'incertezza tra quello che si svolge prima, dopo o contemporaneamente. Invece nella Bibbia la successione dei fatti appare in accordo con la realtà storica, o almeno questo era nelle intenzioni dei suoi redattori(69). Per questo motivo la ricerca sul significato storico dei miti sulle razze primordiali si deve avvalere della guida del racconto biblico, al cui ordine cronologico devono essere adattate le altre tradizioni.
Come punto di riferimento cronologico iniziale ipotizziamo che la prima manifestazione dei riti funebri che compare nella Genesi, coincida con le prime sepolture umane risalenti al paleolitico medio(70). Conformemente ai dati etnologici la Bibbia attribuisce l'inizio delle sepolture alla cultura matriarcale. L'assassinio di Abele appare come un rito sacrificale di fertilità, in cui il sangue veniva versato sul suolo, e la sepoltura del cadavere, fatta spesso nelle grotte, esprimeva la fede nella virtù rigeneratrice della Terra Madre. Benché non sia detto esplicitamente, la sepoltura di Abele traspare dal versetto Gn 4,9: «Disse Jahweh a Caino «Dov'è Abele, tuo fratello?». E quegli rispose: «Non lo so. Son forse io custode di mio fratello?». La domanda di Jahweh non è pleonastica. Nel giardino di Eden si era verificata una situazione paragonabile, quando, dopo il peccato, il Signore chiamò Adamo dicendo «Dove sei?», perché si era «nascosto» (Gn. 3, 9-10). Si deduce che anche la domanda «Dov'è Abele?» implica che era nascosto, ma in questo caso l'unico significato possibile è che Caino lo aveva sepolto. L'inizio dei riti funebri può essere fatto risalire al paleolitico medio, con la comparsa delle prime sepolture. Ho già avanzato l'ipotesi che il corredo funebre, formato da cinque paia di corna di stambecco trovate attorno ai resti dello scheletro di un bambino in una grotta a Teshik Tash nell'Asia centrale sovietica, è la prima manifestazione dei culti cainiti conservatisi fino ai riti e miti anellenici. Le corna erano usate nel paleolitico medio e superiore come attrezzo di scavo per estrarre le radici eduli; uso che ha dato origine al mito della cornucopia, simbolo dell'abbondanza degli alimenti vegetali e perciò rappresentata colma di frutti e adorna di fiori. Lo stambecco (capra selvatica), e un altro animale simile come l'ariete, erano le vittime preferite per i sacrifici funebri anellenici. La Terra Madre, che nella religiosità matriarcale è datrice sia della vita sia della morte, li aveva eletti suoi animali sacri. Un bassorilievo in avorio rinvenuto a Ugarit rappresenta una Dea Madre che offre del cibo a due capre. Per questi motivi ho avanzato l'ipotesi che il nesso col mondo dei morti creato da questi animali fosse un'idea già presente nella Teshik Tash paleolitica(71), la cui condizione economica era probabilmente basata sulla caccia e sulla vegetocoltura, cosi come quella dei cainiti, che non erano solamente agricoltori, ma si dedicavano anche alla caccia (Gn. 4,20). Forse un'altra sepoltura del paleolitico medio, quella di Shanidar (Nord Irak), si presta a una interpretazione di rito funebre matriarcale. Lo scheletro IV della grotta di Shanidar si trovava in un terreno che conteneva una notevole quantità di polline di piante officinali, particolare che ha fatto supporre una accurata scelta del tipo di piante e la loro deposizione intenzionale sopra il cadavere(72). Secondo gli etnologi la scoperta delle proprietà officinali delle piante è stata fatta dalla donna. Nelle tradizioni popolari c'è un nesso tra la donna e l'agricoltura e le sue pratiche spesso magiche. Anche nella Genesi è Eva che coglie il frutto proibito. Se a Shanidar avessero gettato dei fiori su un cadavere all'aperto e non in una grotta, avrebbero notato una nascita e crescita rigogliosa di nuove piante per il potere concimante dell'organismo. È da una osservazione simile che deve essere stata fatta la scoperta della riproduzione vegetale, che può essere iniziata la pratica dei sacrifici umani per fertilizzare il suolo.
Se consideriamo dunque che la civiltà cainita inizi con le sepolture del paleolitico medio, la vicenda del paradiso terrestre deve essere anteriore. Però né Teshik Tash né il Nord Irak, durante l'era glaciale, dovevano possedere le felici condizioni climatiche del paradiso terrestre. Quindi si deve supporre una immigrazione in queste zone da un paese caldo che potrebbe essere l'India. Nel versetto in cui è detto che Adamo e Eva, uscendo dal giardino di Eden, si vestirono di pelli animali (Gn. 3,21), mentre prima erano nudi, sarebbe conservata la memoria di una migrazione verso una zona fredda, oltre i monti che racchiudono l'India. In effetti non è esclusa la possibilità di un collegamento tra le culture paleolitiche dell'Asia centrale sovietica e del nord della regione indiana, ma si tratta di supposizioni molto vaghe, basate su pochi reperti degli strumenti litici fabbricati dall'uomo(73). Purtroppo la regione indiana non ha restituito nessun fossile umano del paleolitico, e le congetture devono affidarsi a alcune deduzioni dai dati paletnologici. La presenza dell'uomo in India è testimoniata dagli strumenti di selce lavorata. Tuttavia i siti paleolitici, individuabili dalla presenza di strumenti litici, sono meno numerosi di quelli dell'Europa e del Vicino Oriente. Probabilmente il clima favorevole rendeva possibile una alimentazione prevalentemente vegetariana. Si giustificano in questo modo i miti che una-nimemente attribuiscono l'alimentazione umana primordiale ai vegetali. È dimostrato che anche i primitivi contemporanei li preferiscono alla cacciagione durante la stagione vegetativa.
Quale sia l'origine evolutiva dell'uomo è compito di indagine della paleontologia. La mitologia ci indica invece una comparsa subitanea, non tanto dell'organismo, quanto del pensiero umano come meditazione sul destino futuro. Stando a quanto narrano le tre tradizioni, nel paradiso terrestre sarebbe avvenuta la drammatica presa di coscienza sulla morte come fatto personale. Prima probabilmente gli uomini vivevano in uno stato di incoscienza che potrebbe essere paragonato alla serenità infantile, ma forse corrispondeva meglio alla insensibilità degli animali che non rivolgono nessuna attenzione ai loro simili morti(74). La percezione dell'idea sulla ;morte è stata la rottura di un incantesimo che sconvolse l'esistenza degli uomini che nelle prime fasi del paleolitico medio vivevano in India. Forse solo alcuni acquisirono questa autocoscienza. Forse si instaurò una barriera psicologica tra costoro e coloro che rimasero nella beata incoscienza. Meditando sulla morte, l'uomo fu indotto a riflettere meglio sul senso della vita, e con ciò a ricordare il passato, raccogliendo quelle memorie che i posteri hanno trasformato in miti e leggende. Se ora supponiamo che alcuni emigrarono dall'India, dopo questa presa di coscienza, possiamo interpretare gli aspetti non teologici del racconto biblico. Adamo, prima di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza, rappresenta l'uomo allo stato di incoscienza; e dopo il peccato rappresenta quelli che divennero autocoscienti e che emigrarono dall'India. Gli emigrati ricordavano con rimpianto la terra lasciata, e nella loro memoria coloro che rimasero in India divennero i mitici cherubini. Ma la meditazione sulla morte non significa che si cominciò subito a seppellire i morti. I più primitivi popoli attuali di cultura patriarcale, come i Semang di Malacca, quasi non hanno riti funebri. Nella loro cultura sono assenti tutti i tratti matriarcali. Mancano, per esempio, le regole esogamiche e di organizzazione tribale, l’animismo, le idee demonistiche, le cerimonie di iniziazione e il tatuaggio. I Semang lasciano i defunti nel luogo in cui sono morti, talvolta ricoprendoli con uno strato di terra, e poi abbandonano il luogo(75). Al contrario nella cultura matriarcale non solo vige il culto per i morti, ma addirittura si praticavano le sepolture all'interno delle abitazioni. I dati etnologici cioè confermano la suddivisione dell'umanità primordiale nei due gruppi biblici dei cainiti matriarcali iniziatori dei riti funebri, e dei setiti patriarcali.
Rimangono ora da identificare le altre due razze primordiali: i figli di Elohim e i nefilim. Nel paleolitico medio erano presenti varie razze fossili che sono indicate generalmente col nome di neandertaliani e neandertaloidi. In occidente c'erano i neandertaliani propriamente detti, di cui gli esemplari più tipici sono stati trovati in Europa. La loro presenza si protrae fino a 40.000 -35.000 anni fa, poi sembra che si siano estinti. In Asia abbiamo delle forme neandertaloidi, per esempio il bambino di Teshik Tasti, molto più simili all'uomo attuale di quelle occidentali; si crede perciò che siano i primi esempi di homo sapiens. Ci sono poi nel Vicino Oriente dei fossili difficilmente classificabili che hanno suscitato disparità di vedute tra gli esperti. Alcuni argomentano che sarebbero risultati dall'incrocio dell’homo sapiens con dei neandertaliani. Altri negano l'ibridazione e pensano a una variabilità normale entro ciascuna forma. Altri ancora pensano che si tratti di una razza sconosciuta in Europa. Abbiamo ora tutti gli elementi per impostare in chiave storica l'interpretazione dei miti sulle razze primordiali. I neandertaliani occidentali sono entrati nel mito come i figli di Elohim(76); mentre tra i fossili del Vicino Oriente ci sarebbero i nefilim. Ciò spiegherebe perché Aristea, che intraprese un viaggio nella pianura euroasiatica, non comprenda nel suo racconto i giganti, cioè i nefilim del Vicino Oriente. I versetti Gn. 6,1-4 possono essere interpretati nel senso che i nefilim siano nati dall'incrocio tra i figli di Elohim e le «figlie dell'uomo», da loro rapite perché «erano belle». Ho riferito sopra che alcuni vedono nei fossili del Vicino Oriente degli ibridi. Un particolare curioso è che i neandertaliani erano di aspetto veramente sgraziato. Possiamo immaginare che fossero indotti a rapire le donne dell'homo sapiens perché, come dice la Genesi, erano più belle di quelle della loro razza. Spesso si verifica che la prole ibrida è più vigorosa e alta dei genitori. È un fenomeno sfruttato per incrementare la produzione agricola, e è stato verificato anche negli incroci tra razze umane moderne. Sarebbe semplice invocare questo fenomeno per spiegare il mito sulla forza e statura dei giganti-nefilim; si tratta però di differenze che non discostandosi di solito in modo eccessivo dalla media, non sono di agevole valutazione sui resti scheletrici quasi sempre troppo incompleti; senza contare che il grado di sviluppo dipende anche da vari altri fattori. È vero però che si riscontra una certa diversità di statura tra i fossili del Vicino Oriente. Lo scheletro di uno dei neandertaliani sepolti a Shanidar è stato stimato di 1,50 metri di altezza(77); cifra che si oppone alla elevata statura, variabile da 1,73 a 1,80 metri degli uomini di Skhul(78), località del paleolitico medio palestinese. Per sostenere l'identificazione paleoantropologica delle mitiche razze primordiali è necessario confrontare le tre tradizioni con i dati del paleolitico medio.
1)Una prima coincidenza è riscontrabile nella collocazione geografica. Secondo il mito, i ciclopi abitavano l'estremo occidente; non però in Sicilia, come pretenderebbe una arbitraria invenzione letteraria(79). Il mito consente l'identificazione dei ciclopi coi neandertaliani occidentali, incontrati dall'homo sapiens che proveniva dall'Asia centrale.
2)Alle razze primordiali malvage è attribuita una grande forza. Per la razza di bronzo Esiodo specifica che «una forza immensa e delle mani invincibili venivan dagli omeri al loro corpo possente». Anche queste attribuzioni sono giustificate dall'ipotesi neandertaliana. È noto che i neandertaliani avevano le mani larghe e tozze, e le ossa massicce, e quindi avevano una potenza muscolare, superiore a quella dell'homo sapiens. Il loro aspetto fisico poi era ripugnante. Il mento era pressoché inesistente. La fronte era sfuggente, le arcate sopraciliari sporgenti e il cranio basso. Questo spiega perché gli uomini di bronzo siano definiti «spaventosi all'aspetto». Ai figli di Elohim è implicita l'attribuzione di una grande forza, perché erano in grado di rapire tutte le «figlie dell'uomo» che preferivano; cioè l'homo sapiens non riusciva a difendere le sue donne dai più robusti neandertaliani.
3)I ciclopi, oltre a fabbricare i fulmini per Zeus, sono i più antichi fabbri d'armi; per esempio prepararono quelle per Achille e Enea(80). Il nesso tra i fulmini e le armi potrebbe derivare dall'uso preistorico della selce, la quale ha la proprietà di emanare scintille se viene percossa. I neandertaliani occidentali facevano un grande uso di strumenti litici. In confronto i siti dell'Asia centrale sono meno ricchi di selce lavorata. Sembra che le tecniche elaborate di scheggiatura della selce, come quella levalloisiana, siano state introdotte nell'Asia centrale sovietica dal Vicino Oriente(81). L'ipotesi che propongo è che i neandertaloidi d'oriente (da cui discende l'uomo moderno) abbiano appreso da quelli occidentali la tecnica di scheggiatura del paleolitico medio. In seguito l'homo sapiens, per le sue facoltà maggiori, sviluppò la cultura del paleolitico superiore, mentre i neandertaliani occidentali si estinguevano. Questo spiega perché i neandertaliani occidentali siano diventati i mitici ciclopi costruttori delle prime armi, cioè delle selci abilmente scheggiate. L'homo sapiens primordiale invece organizzava la sua economia anche senza strumenti litici particolari. Non tutti i popoli primitivi si adoperano a fabbricare con cura utensili di pietra. Nel sudest asiatico la tecnica di scheggiare e sfaldare la pietra si è sviluppata lentamente e non ha mai raggiunto il livello di abilità riscontrato in molte altre zone. Per esprimere la maggior importanza che probabilmente avevano gli utensili di legno rispetto a quelli di pietra, Solheim ha proposto di chiamare «lignico» il periodo del sudest asiatico corrispondente grosso modo al paleolitico superiore dell'occidente(82).
4)La razza di bronzo ha questo nome perché «di bronzo erano le loro armi, di bronzo le dimore, con il bronzo essi lavoravano». L'ipotesi più semplice è che il metallo sia una allegoria della selce. Vernant ha proposto una traduzione alternativa a quella tradizionale. Egli ritiene che sarebbe più appropriato: «col bronzo aravano», e non «col bronzo lavoravano», nonostante sembri in contraddizione con l'affermazione di Esiodo che gli uomini di bronzo «non mangiavano il grano»(83). La contraddizione scompare se consideriamo le condizioni di vita del paleolitico medio, in cui per estrarre le radici eduli si impiegavano corna di stambecco o attrezzi di selce definiti asce a mano. Le corna erano impiegate dall’homo sapiens, mentre nei siti mediopaleolitici neandertaliani della Palestina sono state trovate numerose asce a mano. Questo spiegherebbe la osservazione che gli uomini di bronzo « aravano col bronzo », cioè estraevano le radici dal suolo con strumenti di selce.
5)Omero narra nell'Odissea che i ciclopi non conoscono assemblee, né leggi. Non si curano degli altri. Ciascuno vive appartato con la moglie e i figli che gli obbediscono ciecamente; però Polifemo è solo, senza moglie e prole. Si può ritenere che, per contrasto, sia stato un popolo animato da grande considerazione per le leggi sociali, cioè un popolo matriarcale, a porre in risalto nei suoi miti la completa selvatichezza del modo di vivere dei ciclopi, ignari del consorzio civile e delle leggi che lo regolano. L'idea della solitudine si ritrova anche nel mito sullo Yeti, un mito sulle razze primordiali vivo ancora oggi. Qui dovrebbe essere rispecchiata una scarsa socievolezza dei neandertaliani.
6)La stirpe d'argento aveva un comportamento contradditorio: «per cento anni il fanciullo cresceva fiorente accanto alla fida madre, ignaro del tutto, nella sua casa, ma quando diveniva uomo e toccava le soglie della giovinezza, allora poco tempo essi vivevano, soffrendo dolori, a causa della loro stoltezza, poiché non avevano la forza di tenere lontana da loro la tracotante violenza». Abbiamo cioè che a un periodo di comportamento apatico o mite, segue uno del tutto opposto dominato dalla violenza. Anche questa osservazione di Esiodo non trova sprovvista l'ipotesi neandertaliana, benché non si pretende di arrivare a una esauriente spiegazione psichica. Alcuni ritengono che la struttura ossea dei neandertaliani tipici potrebbe essere il risultato di un ipermorfismo dovuto a un adattamento al clima freddo. L'ipermorfismo neandertaliano assomiglia a quello patologico della acromegalia(84); una malattia, causata dall'irregolare funzionamento dell'ipofisi, che si manifesta con ingrossamento delle mani e dei piedi, specie in senso trasversale, e con sporgenza delle arcate sopraccigliari. Talvolta la disfunzione ormonale produce il gigantismo. I soggetti acromegalici presentano lo stato mentale alterato, con tendenza al torpore psichico, apatia e depressione dell'affettività e della memoria(85). Collins commenta: «È stato affermato che gli acromegalici sono più miti delle altre persone; se ciò fosse vero, questo potrebbe aver accelerato il declino del tipo genetico di Neanderthal in una popolazione sempre più aggressiva»(86). L'aggressività tra i neandertaliani è testimoniata da alcuni reperti. In un riparo sottoroccia presso Krapina (Jugoslavia) sono stati trovati i resti di 14 paleantropi. Molte di queste ossa, frammentarie e calcinate, sono state trovate in focolai; fatto che ha permesso di sostenere l'ipotesi dell'esistenza di costumi antropofagi presso i neandertaliani. Anche il cranio neandertaliano trovato in una grotta del monte Circeo ha fatto pensare al cannibalismo. Questi reperti fanno supporre un comportamento aggressivo, che si addice sia alla violenza della razza d'argento, sia alla attribuzione dell'antropofagia al ciclope Polifemo. Stando al racconto sulla razza d'argento, si può pensare che nei neandertaliani si manifestassero turbe psichiche a volte depressive e a volte violente. Forse questo comportamento squilibrato era dovuto allo scarso sviluppo dei lobi prefrontali del cervello neandertaliano, dovuto alla loro fronte sfuggente. I lobi prefrontali sono la sede delle più elevate funzioni intellettive, del pensiero astratto e creativo, e della programmazione delle azioni. Una lesione in questa regione rende il soggetto incapace di riflettere, e lo fa passare da una cosa a un'altra secondo quello che gli capita. Se i neandertaliani non avessero avuto sufficientemente sviluppati i lobi prefrontali, si sarebbero trovati in una condizione di «stoltezza», come dice Esiodo, e sarebbero andati incontro all'estinzione per incapacità di mantenere un comportamento equilibrato.
7)La tradizione ellenica afferma che gli uomini della razza d'oro divennero genii «sopra la terra» (epichthonioi), mentre quelli della razza d'argento divennero «mortali beati sotterranei» (ypochthonioi makares thnetoi)(87). La definizione di «mortali beati» ha suscitato in qualche commentatore l'idea di una sepoltura, tanto più che è specificato «sotterranei». Non si tratta però di sepolture dell'età dei metalli, come è stato creduto senza tener conto della primitività di questa razza. Ritengo piuttosto che la contrapposizione tra la razza d'oro «sopratterrestre» e la razza d'argento «sotterranea» configuri nella prima l'abbandono dei morti sopra il suolo alla epoca del paradiso terrestre, e nella seconda le sepolture dei neandertaliani occidentali. Ho detto sopra che le sepolture sono state iniziate dall’homo sapiens nell'ambito della cultura matriarcale. Anche i neandertaliani propriamente detti seppellivano i morti, ma il significato dei loro riti funebri doveva essere diverso. Non mi pare che possano essere collegate a un rito matriarcale le ossa combuste animali deposte accanto a scheletri neandertaliani, trovate a Le Muostier (Francia » e a Tabun (Palestina). Anche supponendo per entrambe le popolazioni una alimentazione onnivora, ciò che conta è il significato del corredo funebre. Il rito agrario camita esprime la dipendenza della vita dalla crescita delle piante, fonte di alimentazione per gli animali, per cui anche un cacciatore invoca la rigenerazione della vegetazione. La presenza di ossa animali combuste nella sepoltura di Le Moustier invece non sembra riconducibile a una preoccupazione per la moltiplicazione degli animali e quindi per la fecondità universale.
Il significato delle sepolture del paleolitico medio occidentale dovrebbe essere diverso da quello delle sepolture orientali. Del resto i neandertaliani estinti avrebbero dovuto avere una psiche diversa dalla nostra. Noi, che non siamo i loro discendenti, non abbiamo nelle nostre culture gli elementi per interpretare il loro comportamento. È etnologicamente inspiegabile che dei cacciatori, quali erano i neandertaliani, praticassero non solo il cannibalismo, ma addirittura un cannibalismo rituale, come è stato supposto per il cranio del monte Circeo. Gli attuali primitivi cacciatori e nomadi pastori non praticano mai il cannibalismo, che invece è proprio degli agricoltori matriarcali. Fortunatamente si sono conservate nei miti le impressioni destatesi nell'homo sapiens alla vista dei neandertaliani. Egli notava il loro fisico robusto e spaventoso, i loro progrediti attrezzi di selce e le loro sepolture, la loro apatia e la loro antropofagia, e su questi elementi ha elaborato dei racconti tramandatisi fino a noi. Se questa ipotesi si dimostrasse corretta, i miti sulle razze primordiali diventerebbero la chiave di volta per svelare il destino dell'uomo di Neanderthal, che è definito da Desmond Collins «il problema più affascinante di tutta la preistoria».

TABELLA RIASSUNTIVA
  TRADIZIONE EGEOANATOLICA TRADIZIONE ELLENICA TRADIZIONE EBRAICA PREISTORIA
RAZZE DEL PARADISO TERRESTRE IPERBOREI
1 - Conducono una vita beata tra canti e danze in una terra lussureggiante.
2 - Inviano doni a Delo.
3 - Muoiono serenamente.
RAZZA D'ORO
1 - Vivono tra gioie infinite in una terra ricca di frutti
2 - Donano ricchezze vagando, dappertutto sulla terra.
3 - Muoiono come presi dal sonno.
ADAMO NEL GIARDINO DI EDEN
1 - Il giardino offre il nutrimento senza bisogno di lavorare la terra.
3 - Adamo non è immortale.
Popolazioni dell'India delle prime fasi del paleolitico medio
GRIFONI
1 - Abitano nell'Iperboreo e vi custodiscono l'oro.
2 - Il loro probabile significato escatologico indicherebbe che erano ritenuti immortali.
RAZZA DEGLI EROI
1 - Abitano nelle isole dei beati, che sono assimilabili al paese della razza d'oro.
2 - Non subiscono la morte.
3 - Gli eroi combattono al servizio degli Dèi.
CHERUBINI
1 - Sono i guardiani del giardino di Eden.
2 - Sono assimilati agli angeli immortali.
3 - Sono posti da Mosé a fianco dell'arca della testimonianza.
RAZZE MALVAGE ANNIENTATE ARIMASPI-CICLOPI
1 - Per la loro malvagità sono sterminati dagli Dèi.
2 - Si ritengono più forti degli Dèi.
RAZZA D'ARGENTO
1 - Non venerano gli Dèi, sicché Zeus li sospinge sotto terra.
2 - Sono apatici da bambini, ma violenti da adulti.
FIGLI DI ELOHIM
1 - Jahweh li annienta perché era grande la malvagità sulla terra.
2 - Sono più forti degli uomini.
NEANDERTALIANI ESTINTI
a - Avendo le ossa massicce e le mani larghe erano di corpora¬tura più robusta dell'homo sapiens.
b - Il loro cranio acromegalico fa supporre un comportamento apatico, però alcuni reperti testimonierebbero pratiche cannibalesche.
c - Alcuni fossili del Vicino Oriente potrebbero appartenere a ibridi tra neandertaliani e homo sapiens.
GIGANTI E ALOADI
1 - Hanno una forza enorme e sono altissimi. I giganti sono mostruosi.
2 - Gli aloadi si uccidono tra di loro. I giganti sono sterminati dagli Dèi.
3 - Gli aloadi chiudono Ares in una botte di bronzo.
RAZZA DI BRONZO
1 - Hanno mani invincibili e un corpo possente. Sono di aspetto spaventoso.
2 - Si abbattono con la forza delle stesse loro braccia.
3 - Hanno le case di bronzo.
NEFILIM
1 - Sono i giganti nati dall'unione dei figli di Elohim con le figlie dell'uomo.
2 - Sono sterminati da Jahweh.
UMANITÀ ISSEDONI
Idealizzazione della cultura matriarcale.
RAZZA DI FERRO
Allegoria dell'umanità.
DISCENDENZA DI ADAMO
Storia dell'umanità.
HOMO SAPIENS SAPIENS
Discendente dai neandertaloidi di oriente.
Note
(*) Stampato da "Arti Poligrafiche Editoriali Venete", Abano Terme 1983.

(1) L'archeologia e la comparazione mitologico-paletnologica dimostrano una continuità culturale dal paleolitico europeo al neolitico del Vicino Oriente. Cfr. FRISON (b).
(2) FRISON (a), pp. 48-52.
(3) ERODOTO, IV 13 ss.
(4) ERODOTO, IV 33.
(5) ERODOTO, IV 35.
(6) ERODOTO, IV 34.
(7) HARMATTA, p. 64.
(8) Riferito da BIANCUCCI.
(9) Questo e i successivi brani di «Le opere e i giorni» di Esiodo sono tratti dalla versione di A. COLONNA, Milano 1967.
(10) VON RAD, p. 93.
(11) KIRK, p. 271.
(12) KIRK, p. 271.
(13) KIRK, p. 255.
(14) PAUSANIA, I, XXXI, 2.
(15) DAEBRITZ, p. 263, righe 60 ss.
(16) KERENYI, vol. I, p. 150.
(17) PICARD, p. 356.
(18) ERODOTO, IV 13.
(19) PAUSANIA, I, XXXI, 2.
(20) ERODOTO, IV 33.
(21) PLINTO, « Storia naturale », IV, 88-89.
(22) KIESSLING, p. 851, righe 60 ss.
(23) CINTI, voce «Grifoni».
(24) In un sigillo a cilindro mesopotamico compare un essere composito alato che coglie un frutto da un albero. Alcuni si limitano a definirlo un albero di datteri, ma secondo altri si tratta dell'albero della vita. Cfr. MORRIS JASTROW, «The civilization of Babylonia and Assyria» ill. LXXVI-3. Filadelfia-Londra 1915.
(25) TESTA, pp, 92 e 316.
(26) PICARD, p. 355.
(27) VIAN, p. 110.
(28) Riferito da GRIFFITHS (b), p. 92.
(29) KIRK, p. 135.
(30) Nei miti mesopotamici i ruoli di Adamo e dei cheru­bini sono svolti rispettivamente da Enkidu e Huwawa. Enkidu nella sua vita primitiva aveva conosciuto Huwawa, per cui entrambi abitavano nello stesso luogo, come i corrispondenti personaggi biblici. Cfr. TESTA, p. 91.
(31) KIRK, pp. 135 e 179.
(32) ERODOTO, IV, 13.
(33) ERODOTO, IV, 13.
(34) ERODOTO, III 116.
(35) STRABONE, 1, 2, 10.
(36) EITREM, p. 2330, righe 40-50.
(37) EITREM, pp. 2340-2344 passim.
(38) EITREM, p. 2344, righe 30-40.
(39) KERENYI, vol. I, pp. 176, 190.
(40) Solo dopo il Diluvio Jahweh compare assimilato all'Essere supremo Elohim. Cfr. FRISON (a), pp. 36-48.
(41) ERODOTO, IV, 26. Il brano è tratto dalla versione di A. MATTIOLI, « Erodoto - Storie » B.U.R., Milano 1958.
(42) PLATONE, « Minosse » 565, D-E.
(43) KERENYI, vol. II, p. 191.
(44) KERENYI, vol. II, p. 71.
(45) KERENYI, vol. II, p. 272.
(46) Gli atlantici sono le genti che, sul finire dell’era glaciale emigrarono dall’Europa occidentale al Vicinio Oriente, dandovi origine alla civiltà neolitica. Cfr. FRISON (b).
(47) PLATONE, «Crizia», 120 B-C.
(48) WASER, p. 666, righe 1-10.
(49) PAUSANIA, VIII, XXIX, 2.
(50) KERENYI, vol. II, p. 209.
(51) CINTI, voce «Giganti».
(52) TESTA, pp. 365-366,
(53) GRIFFITHS (a).
(54) KERENYI, vol II, p. 163.
(55) VON RAD, p. 94-95.
(56) BIANCUCCI, p. 208.
(57) HARMATTA, p. 64.
(58) ERODOTO, IV 28.
(59) PLINIO, « Storia naturale », IV, 90.
(60) VIAN, p. 84.
(61) Grande dizionario enciclopedico UTET, voce «Olivo».
(62) SINGER - HOLMYARD - HALL - WILLIAMS, «Storia della tecnologia » vol. I, p. 364. Boringhieri 1966.
(63) KIESSLING, p. 877, righe 1-10.
(64) TESTA, p. 60.
(65) Da notare che «Borea» è ricondotto alla stessa etimologia di «iperborei». Cfr. HARMATTA, p. 64.
(66) ERODOTO, III, 102-105.
(67) HERRMANN, p. 2239, righe 30-40.
(68) TESTA, p. 366.
(69) Nei racconti relativi al Diluvio, a parte l'irrealismo della universalità dell'alluvione e dell'arca ospizio per tutte le specie animali, ci sono delle discordanze rispetto alla cro­nologia storica. Per poterle superare ho proposto alcune ipotesi: cfr. FRISON (a), pp. 30-35; (b), pp. 79-80.
(70) Il paleolitico è diviso in tre periodi. La datazione ha una certa variabilità da zona a zona. Grosso modo si può dire che il paleolitico inferiore termina intorno ai 100.000 anni fa, o anche prima; gli succede quello medio fino a circa 35.000 anni fa, e poi quello superiore che termina circa 10.000 anni fa.
(71) FRISON (b).
(72) L'identificazione botanica dei pollini ha permesso di individuare fiori di quattro piante officinali benefiche (Achillea, Althaea, Centaurea solstitialis, Ephedra altissima), di una leggermente venefica (Senecio), e di una di nessuna proprietà officinale (Muscari). Cfr. LEROI-GOURHAN.
(73) DODONOV e RANOV.
(74) MARCOZZI, pp. 107-109.
(75) Enciclopedia Italiana, voce « Semang ».
(76) In precedenza avevo supposto [FRISON (a)] che sia i cherubini sia i figli di Elohim fossero identificabili in un unico gruppo che avevo denominato « figli di Jahweh », espressione che non compare nella Bibbia. Ora però lo studio sulle omologhe tradizioni ellenica e egeoanatolica, mi ha indotto a una più attenta riflessione sui caratteri distintivi di ciascuna razza primordiale. La differenza tra le due razze suddette sono tali che i loro miti devono essere sorti indipendentemente. Lo sviluppo assunto dalla teoria mi consente di eliminare l'espressione «figli di Jahweh» e di attenermi maggiormente al senso letterale del testo.
(77) VALLOIS, p. 571.
(78) Riferito da ANATI, p. 122.
(79) Dizionario di antichità classiche di Oxford, voce «Ciclopi». Ed. Paoline 1981.
(80) Grande Dizionario Enciclopedico UTET, voce « Ciclopi ».
(81) DODONOV e RANOV, p. 172.
(84) SOLHEIM.
(83) VERNANT, p. 26.
(84) Riferito da COLLINS, pp. 117-118.
(85) U. TEODORI, «Trattato di patologia medica», vol. IV, p. 2509, III ed., Universo, Roma 1980.
(86) COLLINS, p. 121.
(87) COLONNA ha tradotto ypochthonioi con «genii degli inferi». Però Esiodo attribuisce la definizione di «genii» (daimones) solo alla razza d'oro.
 
Bibliografia
Gli articoli pubblicati in «PAULY-WISSOWA Real-Encyklopädie der classischen Altertumwissenschaft» (Stuttgart) sono indicati con la sigla RE.
 
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Settembre 2007.

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