IL SIGNIFICATO SOCIALE DEL NATALE(*)

di Carlo Frison

Nei vangeli si incontrano difficoltà esegetiche a causa della brevità delle prediche di Gesù e delle differenze sugli stessi episodi tra un vangelo e l’altro. Fanno eccezione i due racconti del Natale, che sono testi unici e non hanno difficoltà di interpretazione, una volta compresa la funzione dei miracoli. I due racconti del Natale corrispondono alle due grandi classi sociali dell’antichità, quella delle autorità, rappresentata dai Magi, e il popolo, rappresentato dai pastori. È pertinente usare il termine “classi” perché le osservazioni da fare, oltre che religiose, sono anche socio-politiche.

Dal racconto di Matteo si deduce che i Magi erano astrologi e sacerdoti. Come astrologi hanno intuito il significato della stella e la hanno seguita fino ad arrivare alla casa del bambino, individuandola tra le case del villaggio. L’ausilio della stella per arrivare alla casa ha una implicazione. Matteo sottintende che Giuseppe e Maria dimorassero a Betlemme, e sottintende anche che gli abitanti del villaggio non sapessero nulla del bambino. I Magi, hanno individuato (con un metodo che ho esposto in altro scritto*) la casa del bambino guardando la stella, cosicché gli abitanti non si accorsero di loro. L’esclusione degli abitanti deve avere una spiegazione. L’adorazione e l’offerta di doni al bambino è un rito compiuto dai Magi come sacerdoti, al quale non dovevano assistere gli abitanti, perché è nel racconto di Luca che loro, ignari di tutto, hanno appreso dai pastori dell’evento del Natale.

L’impostazione storica iniziale del racconto di Luca, che cita autorità romane e un censimento, spiega soltanto perché Giuseppe e Maria siano andati a Betlemme. Credo che sia fuori luogo il parallelismo che solitamente si fa tra la Pax romana di Augusto e la pace annunciata dagli angeli, la prima come prefigurazione della seconda. Non credo che la Pax romana potesse essere considerata nei sentimenti religiosi dei giudei che detestavano tutti i dominatori che subivano da alcuni secoli. Invece il tipo di guerra da contrapporre alla pace deve essere attinente alla cultura dei pastori. Perciò è probabile che Luca pensasse alle guerre all’origine degli imperi, creati dai pastori nomadi sottomettendo i popoli agricoli. Infatti dice il vangelo che gli angeli hanno annunciano la pace del regno messianico ai pastori che pernottavano nei campi, timorosi di essere assaliti. È ovvio il sottinteso che i campi fossero agricoli, e che gli assalitori fossero contadini.

La descrizione dei pastori appare opposta a quella dei Magi riguardo due aspetti. Il primo nell’offerta: i Magi offrono doni mentre i pastori non li offrono. Il secondo nella parola: la visita dei Magi avviene in silenzio, mentre ai pastori Dio comanda di andare a evangelizzare. Questo compito è assegnato ai pastori in quanto popolo, senza esserci predilezione per i sacerdoti. L’analogia biblica è la dettatura della legge con l’incipit “Ascolta Israele”, rivolto al popolo. Il versetto di Luca dice che i pastori “dopo aver visto, riferirono (agli abitanti di Betlemme) ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono si stupivano delle cose che i pastori dicevano”.
Non c’è nessun seguito a questo inizio di evangelizzazione. È ovvio che del Natale non si parli mai in seguito nei vangeli. Comunque, si arguisce che l’esemplare predicazione pubblica dei pastori avrebbe escluso che da Maria si potesse trarre una fonte misterica della nuova religione. E poi non può essere trascurato che il primo comando di evangelizzare abbia preceduto l’istituzione del sacerdozio. Da ciò deriva che il primato dell’evangelizzazione è dei laici, ma il clero ha sempre minimizzato il loro ruolo nella Chiesa.

Ritorniamo sulla separazione in due racconti del tema del Natale. Poiché i Magi rappresentano i sacerdoti con il sommo sacerdote, e i pastori rappresentano il popolo con il loro capo, la visita separata dei Magi e dei pastori alla casa del bambino significa la separazione del potere spirituale da quello temporale e la diversità dei loro ri-spettivi compiti verso il popolo.
Il compito del sacerdote è quello dato da Gesù a Pietro: “pasci i miei agnelli ” (Gv 21, 15-17), che è una metafora per indicare l’insegnamento dottrinale. Da questa metafora deriva il titolo di “pastore” del sacerdote. Però anche al capo del popolo spetterebbe questo titolo, perché abbiamo visto nel vangelo di Luca che i pastori sono stati inviati a evangelizzare; compito che si aggiunge a quello di difendere la religione. Dunque si deduce da Luca che in ogni Stato cesaropapista il capo dello Stato ha i titoli di “pastore” e di “primo evangelizzatore” rispetto al clero del proprio Stato.

Purtroppo, il clero non ammette di doversi adeguare alla sua esclusione dalle faccende temporali. Il clero, quando si propone un determinato scopo sociale, accampa motivi morali adattati ai propri interessi, per andare contro i motivi morali che legano le autorità civili al popolo. Queste intromissioni del clero nei rapporti tra i governanti e il popolo non devono essere permesse. Purtroppo, la buona ragione della separazione tra i due poteri è una sentenza che deve essere imposta con la forza. Di fronte alla volontà di potere del clero, per porre fine all’errore della concezione arcaica del papa re-sacerdote, e porre fine all’occupazione clericale della politica italiana, di cui ho trattato in altri scritti, credo sia necessario togliere al clero il diritto di voto nelle elezioni politiche e amministrative. È necessaria una legge costrittiva, perché non si rinuncia mai al potere solo per il motivo della ragione.

*Nota
Carlo Frison, Il miracolo della stella di Natale descritto razionalmente.

Padova, 30.10.2017

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