IL CENTRO ANTICO DI MILANO IN UN DISEGNO DI LEONARDO?(*)

di Carlo Frison

Il cerchio interno della pianta di Milano disegnata da Leonardo da Vinci corrisponde a un percorso di strade contigue disposte su mezza circonferenza e a una successione di chiese disposte su una linea curva che quasi completa la circonferenza. Si tratterebbe della conservazione del perimetro dell'oppido celtico di Milano.

Nella sua opera De magnalibus Mediolani, del 1288, Bonvesin de la Riva scrive: "Questa stessa città ha forma circolare, a modo di un cerchio. Tale mirabile rotondità è il segno della perfezione". Sembra ovvio che questa descrizione di Milano, analogamente a raffigurazioni rotonde di altre città della medesima epoca, sia ispirata dalla antica idealizzazione della forma circolare della città. Sembra ovvio che anche Galvano Fiamma ne sia stato ispirato disegnando, nel XIV secolo, una pianta di Milano formata da due giri di mura perfettamente circolari e concentrici.

Fig. 1 - Immagine schematica di Milano, in pianta e in profilo orizzontale, nel disegno di Leonardo da Vinci.


Ma che dire dello schizzo(1) planimetrico leonardesco? Sarebbe immaginabile che un tale osservatore attento della natura, nonché progettista di opere idrauliche, di macchine da guerra e opere di difesa, si sia ispirato a mitiche e irreali forme circolari per disegnare la pianta di Milano in un piano(2) di dilatazione e riassetto urbanistico? Nello schizzo (fig. 1) si riconosce la cerchia delle mura medievali in cui è inserito il Castello Sforzesco, ma non è immediatamente riconoscibile la realtà urbanistica del cerchio interno formato approssimatamente da tratti curvi staccati e accostati, quasi che non vogliano rappresentare un perimetro preciso. E' da chiedersi se questo cerchio di riassetto viario e fluviale - alcune linee indicano probabilmente il Seveso e il Nirone(3) - sia la esaltazione di un esistente nucleo circolare piuttosto che un progetto di radicale sventramento. La questione è da affrontare partendo dalla rilevazione del grado di approssimazione del disegno. Per fare questo, vi tracciamo il triangolo delle distanze tra tre punti ben riconoscibili: la porta d'ingresso del castello, la confluenza di via Nerino su via Torino e la confluenza tra le vie Broletto, S. Margherita e Corso Vittorio Emanuele II (fig. 2). Confrontiamo quindi questo triangolo con quello disegnato tra gli stessi punti di una mappa di fine Settecento (fig. 3). Vediamo che i due triangoli sono quasi simili. Questo significa che lo schizzo è poco deformato rispetto alle distanze reali, almeno nell'area centrale del disegno. Facendo le proporzioni con le misure del triangolo, risulta che il cerchio avrebbe un diametro un po' inferiore a un chilometro. Da questa constatazione si può partire per riconoscere gli elementi urbanistici corrispondenti al cerchio.

Fig. 2 - Pianta di Milano di Arcangelo Lavelli del 1788. Triangolo di comparazione con le misure dello schizzo leonardesco.

Fig. 3 - Triangolo delle distanze tracciato sullo schizzo leonardesco. Riconoscimento del vie secondo Gatti Perer, cit., p. 121.

Di fondamentale importanza è l'esame della situazione altimetrica. La carta delle linee di livello(4) di 50 cm rivela che la città ha creato un promontorio a forma di motta sulla pianura lievemente digradante (fig. 4). La relazione più evidente tra i limiti dell'abitato e le curve di livello appare in due aree. Nella prima, a meridione, si trova un forte avvallamento di circa 5 metri di cui si percepisce la presenza, per esempio, passeggiando lungo la sensibile pendenza di via Rastrelli. Tutta questa zona doveva essere occupata da vasti acquitrini e foreste da cui derivano plausibilmente taluni significativi toponimi: via Pantano, via Laghetto, Brolo, San Giovanni in Conca e S. Maria in Valle. Nella seconda area, a settentrione, si osserva un'altra depressione presso via Monte di Pietà. L'abbassamento del terreno è lieve ma significativo, perché si deve considerare la sua plausibile espansione originaria verso ovest, colmata dal terrapieno del Castello Sforzesco innalzato artificialmente di almeno 3 metri. Nel riassetto pianificato da Leonardo sarebbe evidenziato dal cerchio il nucleo più antico della città, coincidente col livello più alto. La distanza tra le due depressioni è adatta per comprendere il cerchio del diametro ricavato sopra. Questo perimetro conveniva anche secondo il criterio della regimazione delle acque. Le linee arcuate dello schizzo tracciate presso via Larga, indicherebbero l'affiancamento di opere idrauliche lungo il corso del Seveso. Sul tratto occidentale è stato riconosciuto il tracciato del corso del Nirone fiancheggiante il cerchio verso sud. Per il resto, la planimetria ci conferma che un'altra zona, esterna all'abitato antico, soggetta a allagamenti era quella dove poi sorse il monastero di S. Ambrogio; mentre l'espansione verso nordest (inizio di via Manzoni) delle curve di livello più alte avrebbe la spiegazione più pertinente nella ellisse celtica(5) inglobata nel perimetro delle mura massiminianee.

Fig. 4 - Castello Sforzesco (A), Duomo (B), Foro romano (C), depressione presso via Monte di Pietà (D), depressione presso via Larga (E). Carta altimetrica con linee isoipsiche ogni 50 cm.

La maggior comprensione del cerchio leonardesco richiederebbe la ricostruzione dell'urbanistica del suo tempo. Qualcosa ci viene detto dalle conclusioni cui sono pervenuti gli archeologici. I reperti celtici sono datati dal V al II sec. a.C. Il nucleo più antico dell'abitato celtico pare compreso tra via Meravigli, via Valpetrosa, piazza Duomo e Palazzo Reale. Questo non significa restringere il perimetro fortificato in tali limiti, giacché l'interno avrebbe avuto spazi anche per orti e boschi sacri. L'espansione raggiunta dall'abitato nel II secolo a.C. era presumibilmente inferiore al perimetro delle prime mura romane della metà del I secolo a.C. Dall'analisi degli scavi nelle città transpadane si è sempre più affermata anche in Italia, negli ultimi decenni, l'idea dell'importanza del retaggio autoctono, pur nella sottomissione a Roma. Ne è stata modificata profondamente l'immagine tradizionale di una Mediolanum ricreata da pianificazioni romane. Risulta che le costruzioni celtiche in legno o legno e terra avevano sempre lo stesso orientamento che si può ricostruire dell'impianto stradale e fognario di epoca tardorepubblicana. Questo testimonia la continuità insediativa. L'assetto urbanistico doveva essere stato condizionato, nella sua configurazione di epoca romana, dall'organizzazione spaziale dell'oppidum insubre. La disuniformità dell'impianto viario interno è spiegata con la conservazione parziale dell'urbanistica protostorica, che è un aspetto del processo di autoromanizzazione caratteristico delle popolazioni transpadane, processo sviluppatosi in un progressivo adattamento guidato dalle stesse classi dirigenti autoctone avviate verso l'attribuzione della cittadinanza romana. Diversamente, a sud del Po, si riscontra un intenso procedimento di ripianificazione direttamente attuato da Roma(6). L'adeguamento di Milano alle nuove esigenze avrebbe conservato in buona parte l'impianto viario celtico. Ciò significa che le nuove pianificazioni romane riguarderebbero solo aree limitate, come quella del rettangolo intorno a piazza S. Sepolcro.

Fig. 5 - Corrispondenza del cerchio leonardesco alle vie e chiese: via Lauro (A), via Cusani (B), via S. Giovanni sul muro (C), via Brisa (D), via Morigi (E) e via Bagnera (F), S. Giorgio al Palazzo (G), S. Alessandro (H), S. Giovanni in Conca (I), S. Giovanni Laterano (L), S. Maria Maggiore (M), via S. Raffaele (N), vie tra palazzo Marino e la Scala (O). Pianta ricavata dal catasto lombardo-veneto del 1855.

Anche la successiva conservazione di buona parte dell'impianto viario dall'epoca romana al medioevo è ritenuta plausibile. Conseguentemente il riconoscimento delle tracce urbanistiche che hanno ispirato il cerchio leonardesco avrebbe il significato della ricostruzione del perimetro celtico precedente alla costruzione delle prime mura romane, salvo la questione dell’ellisse. Queste tracce urbanistiche devono trovarsi lungo la circonferenza del diametro ricavato: quasi un chilometro. Non sono necessarie meticolose indagini mappali per trovarle. Usando una pianta ricavata dalle mappe catastali dell'Ottocento (fig. 5), seguiamo facilmente la circonferenza segnando in senso antiorario via Lauro (A), via Cusani (B), via S. Giovanni sul muro (C), via Brisa (D), via Morigi (E) e via Bagnera (F). A questo punto si prosegue lambendo la zona meridionale acquitrinosa trovando le chiese antiche, o ricostruite su precedenti antiche, S. Giorgio al Palazzo (G), S. Alessandro (H), S. Giovanni in Conca (I) e S. Giovanni Laterano (L). Infine si continua con S. Maria Maggiore (M) e via S. Raffaele (N) per giungere all'area occupata dall'ellisse celtica, in cui le vie che delimitano palazzo Marino e la Scala (O) chiudono la circonferenza. Si noti che a sud delle chiese nominate non ce ne sono altre di urbane antiche. Queste chiese sono plausibilmente sorte sulle opere di difesa bizantine approntate in tempi di declino economico e demografico, che aveva indotto a abbandonare gli ampliamenti della città di epoca romana, per rinchiudersi in un perimetro ristretto. E' una ipotesi suggestiva e ragionevole che fosse quello celtico ancora riconoscibile. Lo confermerebbe la deviazione di via Torino che, partendo da piazza Duomo, abbandona la direzione rettilinea quando, presso S. Giorgio, attraversa la circonferenza. Il cambiamento di direzione, di cui non c'è altra convincente spiegazione[7], è compreso tra la ipotetica circonferenza celtica e la porta ticinese delle mura romane (al Carrobbio).
Il problema è posto. Non sembra credibile che Leonardo abbia disegnato con una cerchio una realtà urbanistica di forma un po’ rotondeggiante e un po’ poligonale, né che le misure del cerchio non siano proporzionate alle vie dello schizzo; e nemmeno è immaginabile che abbia progettato un riassetto urbano richiedente sventramenti. Non resta che ipotizzare l'esistenza di rilevanti tracce urbanistiche osservabili camminando, come curve di vie ed edifici, oppure distinguendo dall’alto delle torri gli edifici eminenti, o meglio ancora dell’esistenza di piante come quella di Leonardo andate disperse, che servirono da base del suo piano di riassetto della città. Fortuita o intenzionale che fosse l'origine, ai milanesi del medioevo appariva questa forma circolare forse più evidentemente di quanto è visibile dalle piante conservate. L'ipotesi della loro identificazione con l'oppidum celtico, citato dagli autori classici in primis Polibio, non ha appigli archeologici, eppure l'urbanistica moderna non è indipendente dall'antichità. Le opere di un perimetro difensivo, formato solitamente da imponenti di fossati e argini se non da mura, restano nei secoli qua e là come impronta nell'impianto viario, sebbene vadano materialmente cancellate in superficie.

Note
(*) Pubblicato in "Terra Insubre", n. 37 (2006).

(1) Eseguito con ogni probabilità nel 1497. Biblioteca Ambrosiana, Codice Atlantico, f. 199 v.
(2) L. Gambi; M.C. Gozzoli, "Le città nella storia d'Italia. Milano", p. 44, Laterza, Roma-Bari 1997, III ed.
(3) M.L. Gatti Perer (a cura di), "Milano ritrovata. L'asse via Torino", p. 121, fig. 2, Il Vaglio, Milano 1986.
(4) Carta altimetrica con linee isoipsiche ogni 50 cm. Da Trolli, 1957; riprodotta da G. Oneto, "Milano, centro della Terra di Mezzo", in Quaderni padani, III, n. 9 (1997), pp. 14-21.
(5) M.G. Tolfo, "Medhelanon - Mediolanum", pp. 23-30, Comune di Milano, Milano 1998. La trattazione dal punto di vista astronomico dell’ellisse, nelle pagine indicate, è di A. Gaspani.
(6) Gatti Perer, cit., pp. 119-125.
A. Ceresa Mori, "Le origini di Milano. La nascita e lo sviluppo della città alla luce dei nuovi scavi", in "Archeo", 114 (1994), pp.105-109.
G. Minella, (intervista a A. Ceresa Mori), "Le tracce della Mediolanon insubre", in Terra Insubre, 36 (2005), pp. 3-7. (7) Gatti Perer, cit., pp. 122-123.


Settembre 2007.

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