UNA TRACCIA DI ASTRONOMIA PALEOVENETA
I LUPERCALI E IL CAPODANNO VENETO ANTICO(*)

di Carlo Frison

La sovrapposizione della festa della Purificazione di Maria (Candelora) a quella pagana dei Lupercali sarebbe testimoniata a Padova da un orientamento astronomico dal Carmine verso il Monte della Madonna, probabilmente utilizzato dai paleoveneti per fissare la data della festa. L'orientamento sarebbe servito per determinare il giorno di inizio dell'anno, al 1° marzo, secondo il calendario di Romolo, in uso presso altri popoli oltre quello romano. L'inizio dell'anno al 1° marzo dell'antico calendario veneziano conserverebbe l'uso dei paleoveneti.

Indagando sulla derivazione dell'impianto viario di Padova dall'urbanistica paleoveneta, ho rilevato un orientamento astronomico della cittadella protostorica corrispondente al tramonto del sole alla data dei Lupercali (metà febbraio), dietro al Monte della Madonna dei colli Euganei(1). Si affaccia l'ipotesi che da questo orientamento sul sole si determinasse il plenilunio della festa, in modo da concordare i mesi lunari col procedere delle stagioni.
I Lupercali erano una festa di comunità pastorali, celebrata con sacrifici di capre e lupi, quindi attribuibile anche ai paleoveneti, di lingua affine al latino e di economia in buona parte pastorizia, praticata con le transumanze che spaziavano dalle Prealpi alla laguna. Il motivo per affrontare l'indagine ci è offerto dalla festa della Purificazione di Maria, detta Candelora, che è celebrata a Padova in modo particolarmente solenne nella chiesa di S. Maria del Carmine, considerata il secondo santuario della città dopo la Basilica di S. Antonio. Questa festa era celebrata anticamente a metà febbraio, finché venne trasportata al 2 febbraio da Giustiniano. Perciò le argomentazioni sono da sviluppare sui temi della transizione dai culti pagani al cristianesimo. La chiesa del Carmine si trova dentro l'anello d'acqua che racchiudeva la cittadella paleoveneta, lo stesso sito dove plausibilmente c'era il tempio di una dea paleoveneta, probabilmente Reitia, assimilata a Giunone da Tito Livio. Ciò costituisce una notevole analogia col tempio di Giunone nell'arce capitolina di Roma. La presenza nei Lupercali della figura di Giunone, chiamata Iunio Februata (purificata), è compatibile con l'elezione alla Purificazione di Maria della chiesa del Carmine. Un indizio particolare che collega i paleoveneti al calendario di Romolo è la probabilità della continuità dell'inizio dell'anno al 1° marzo lungo tutta la storia dei veneti. Infatti, l'uso nel vecchio calendario di Venezia di questa data, mentre altre Signorie facevano iniziare l'anno al 25 marzo (l'equinozio), sarebbe la conservazione del calendario di Romolo usato dai paleoveneti rifugiatisi nella laguna in epoca barbarica.

Profilo dei colli Euganei visti dal Carmine. Sono tracciati da sinistra a destra i tre percorsi del sole (nella prima metà del primo millennio a.C.) nel giorno del solstizio invernale, dopo 56 giorni e dopo 57 giorni dal solstizio. L'asse orizzontale del grafico è suddiviso in gradi di azimut misurati da nord in senso orario. 1) Monte della Madonna. 2) Monte Grande. 3) Monte Altore. 4) Rocca Pendice. 5) Monte Baiamonte. 6) Monte Venda. Elaborazione al calcolatore dei dati ricavati dalle tavolette IGM e dalla Carta Tecnica Regionale.

La chiesa trecentesca del Carmine è stata eretta, secondo una notizia priva di riscontri(2), sul luogo di un precedente oratorio dedicato alla Purificazione di Maria fondato nel 1212. Almeno dal 1354, e fino al 1868, alla festa della Purificazione si svolgeva una processione dal Duomo al Carmine. La processione dopo la peste del 1576 assunse il carattere di ex voto. Per quanto riguarda il Monte della Madonna, risale al Duecento la notizia che vi fosse in cima l'oratorio di S. Maria del Monte. Nel passato l'oratorio era meta di processioni a Pasqua, nella festa dell'Assunta e in particolare in quella di S. Rocco, il protettore degli appestati, da collegare alla liberazione dalla peste del 1576 per grazia della Madonna del Carmine. Allo stesso oratorio sul monte erano unite le confraternite di Maria e di S. Rocco(3). La fraglia dei mugnai aveva una propria cappella al Carmine dedicata alla Madonna e ai compatroni S. Rocco e S. Sebastiano. Questi culti legano la chiesa del Carmine all'oratorio sul Monte della Madonna.
Nella zona del Carmine, come dicevo, ho individuato degli orientamenti astronomici della cittadella paleoveneta che venivano osservati dal centro verso i ponti dell'anello d'acqua, tra i quali l'osservazione del tramonto del sole dietro il Monte della Madonna su una linea che passa per il ponte della Bovetta di S. Leonardo. Poiché i canali di Padova risalgono all'epoca dei villaggi protostorici, e poiché molte strade ripassano su percorsi antichi, possiamo applicare alla posizione dei ponti della cittadella le ipotesi che sono state suscitate fin dalla scoperta delle terramare nel secolo scorso. La civiltà terramaricola costituisce il sottofondo comune dei popoli padano-italici, sul quale si basa l'etimologia del nome dell'autorità sacerdotale del 'pontefice', da pontem facere, in riferimento ai ponti sui fossati delle terramare. Non ci sono difficoltà a attribuire ai paleoveneti riti e sacerdozi simili, soprattutto perché la popolazione degli arusnati della Valpolicella aveva un "pontifex sacrorum raeticorum", ricordato in una iscrizione di età romana. I pontefici romani erano i canonisti del diritto sacro e delle tradizioni. Sovrintendevano ai riti e ai culti nel tempio, ne curavano i restauri e avevano il compito di compilare il calendario e registrare gli avvenimenti. Un pontefice minore doveva osservare il verificarsi del novilunio, annunciare le calende, cioé il principio del mese, e fissare le none e le idi approssimate alle principali fasi lunari.
Indubbiamente i Lupercali sono più antichi del tempo di Romolo; però cadevano nel periodo dei due mesi mancanti nel calendario detto di Romolo. Forse il successivo calendario di Numa è derivato da profonde modifiche di quello di Romolo, necessarie per migliorarne l'adeguamento dei mesi lunari all'anno solare. Il calendario di Numa aveva 355 giorni e l'adeguamento era realizzato con la regola principale di intercalare un mese di 22 o 23 giorni ogni due anni. Il funzionamento del calendario di Numa non è sufficientemente d ocumentato dagli autori antichi. Recentemente Leonardo Magini(4) ha proposto una nuova ricostruzione dei calcoli attribuibili ai pontefici astronomi, che dovrebbe superare le incongruenze apparenti del calendario. Magini dice che il calendario di Numa è "il primo calendario lunisolare dell'occidente antico". Questo presuppone l'esistenza precedente di due distinti calendari, uno solare e uno lunare. Nessuna indicazione precisa ci è pervenuta, invece, sul metodo di adeguamento del calendario di Romolo, applicato probabilmente durante i due mesi mancanti. Possiamo solo ricostruirne un funzionamento possibile da poche notizie sparse.
Il calendario di Romolo, era formato da 10 mesi, mancando gennaio e febbraio, uso presente anche nella etrusca Tabula capuana(5) del V sec. a.C. Sei mesi erano di 30 giorni e quattro di 31 giorni, per un totale di 304 giorni. Il numero dei giorni dei mesi fa pensare a un calendario solare. Magini arriva a questa stessa conclusione, facendo una deduzione da un passo dei "Saturnali" (1, 12, 39) di Macrobio, secondo cui l'integrazione dei due mesi mancanti era fatta per rispettare il "clima adatto", cioè le stagioni determinate dal sole. L'uso ufficiale di un calendario solare è insolita. Normalmente il calendario usato era lunare di dodici mesi di 29 o 30 giorni, più un mese intercalare, perché le feste religiose principali seguivano le lunazioni. L'eccezione del calendario di Romolo non può essere spiegata che supponendo in aggiunta un calendario lunare per le feste religiose. I due calendari separati sarebbero stati coordinati per adeguare le stagioni alle lunazioni con un metodo diverso da quello del mese intercalare.
Fortunatamente abbiamo l'essenziale notizia dell'inizio e fine dell'anno di Romolo. La data tradizionale di fine dell'anno riferita da Ovidio (Fasti I, 163-164), era alla 'bruma' nome dato al giorno più corto, il solstizio invernale: "Bruma novi prima est veterisque novissima solis; principium capiunt Phoebus et annus idem". (Invernale è il primo giorno del sole nuovo e l'ultimo dell'antico; Febo [dio del sole] e l'anno cominciano insieme). La coincidenza della fine anno col solstizio non si verificava nel calendario di Cesare, il quale lo pone al 25 dicembre, e nemmeno in quello di Numa, stando a una notazione del reperto prenestino di questo calendario, che lo pone al 21 dicembre. Quindi sarebbe da collocare questa coincidenza nel calendario di Romolo.
Ancora da Ovidio abbiamo altre due notizie di date lunari per il calendario di Romolo. La prima è l'inizio dell'anno nel mese di marzo e l'inizio del mese di marzo alle calende, cioè al novilunio (Fasti III, 135-136): "Neu dubites primae fuerint quin ante Kalendae Martis, ad haec animum signa referre potes...". (Affinché non dubiti che le calende di Marte fossero le prime, puoi porre mente a questi segni...). La seconda notizia è la fine dell'anno al decimo plenilunio (Fasti III, 121): "Annus erat, decimum cum luna receperat orbem". (L'anno termina quando la luna riprende la rotondità la decima volta). Qui orbis significa la rotondità della luna piena, non la sua l'orbita attorno alla terra, perché l'orbita lunare è il mese siderale di 27,32 giorni, mentre per le feste religiose si contavano i pleniluni, che si succedono ogni 29,53 giorni, un po' più di un'orbita. Perciò, Alan E. Samuel(6) traduce questo verso con "a year was over when the moon returned for the tenth time to full moon".
Queste poche notizie sul calendario di Romolo ci danno un'idea di come fosse usato. Gli astronomi avrebbero disposto i dati in due registri. Il primo registro conteneva la numerazione delle osservazioni astronomiche (novilunio, plenilunio, solstizi), dove si poteva contare la differenza di giorni dal solstizio al plenilunio più vicino. Il secondo registro conteneva il computo dei giorni basato sul periodo di 8 giorni detto nundinae (da novem dies, contati includendo il giorno di partenza). I 304 giorni dell'anno di Romolo sono formati da 38 periodi nundinali, mentre 37 periodi nundinali danno 296 giorni, che sono l'approssimazione per eccesso di 10 mesi lunari. Altro multiplo notevole è 360 formato da 45 periodi nundinali, che si approssima all'anno solare. I periodi nundinali continuavano indefinitamente anche durante i due mesi mancanti, perché fissavano il giorno di mercato. Il conto dei giorni di mercato, a partire da quello più vicino al solstizio, sarebbe servito per organizzare i lavori agricoli e i commerci.
Il funzionamento del calendario di Romolo sarebbe stato l'inverso di quello dei calendari lunisolari. Questi hanno i mesi lunari (29 e 30 giorni) che si spostano rispetto alle stagioni del calendario solare sottinteso. Invece, il calendario di Romolo ha i mesi solari (30 e 31 giorni) che si spostano rispetto al sottinteso calendario lunare, in modo da porre al novilunio il 1° marzo, inizio dell'anno. Alcuni semplici conti spiegano un metodo possibile. Seguendo le informazioni di Ovidio, cominciamo dal 1° marzo al novilunio. Il primo plenilunio dell'anno cade alle idi di marzo. Siccome le feste duravano più giorni, consideriamo la durata del plenilunio dal 13 al 15 del mese (ponendo le calende all'età di un giorno della luna). Dopo altri 295 giorni cade il decimo plenilunio. In totale sono trascorsi da 308 o 310 giorni. Sono superati i 304 giorni dei dieci mesi solari, ma non ha importanza, perché si entra nel periodo variabile dei due mesi mancanti. Supponiamo che il decimo plenilunio coincida con la bruma. A questo punto supponiamo che esistesse la regola di celebrare i Lupercali al secondo plenilunio dopo il solstizio. Il secondo plenilunio cade almeno 30 o 31 dopo il solstizio, quando il primo plenilunio avviene il giorno dopo il solstizio; e cade al massimo 60 giorni dopo il solstizio, quando il plenilunio più vicino al solstizio avviene il giorno prima del solstizio stesso. Infine, in conseguenza della regola suddetta, il novilunio successivo alla celebrazione dei Lupercali è quello adatto per fissarvi il 1° marzo, inizio del nuovo anno.
Per trovare qualche sostegno a questa ricostruzione, bisogna allontanarsi da Roma. La concomitanza di solstizio e plenilunio come regola per accordare l'anno lunare con quello solare si trova nell'antico calendario degli angli, attribuibile anche alle tribù germaniche, che era di 12 mesi lunari e iniziava l'anno al plenilunio più vicino al solstizio invernale, stando a quanto riferisce Beda il Venerabile(7). Di maggiore significato è un dato archeoastronomico rilevato nel territorio padovano, rinomato nell'antichità per la produzione di lana. Ci sono motivi per ipotizzare che i Lupercali fossero festeggiati anche dai pastori del Veneto. In età del ferro, Padova aveva una cittadella sacra nella zona della basilica della Madonna del Carmine, come detto sopra. Una direzione astronomica osservabile dalla cittadella indicava il tramonto del sole 56 e 57 giorni dopo il solstizio, dietro le cime di due monti dei colli Euganei, il monte della Madonna e il monte Grande dei colli Euganei. Il numero di giorni è vicino a due lunazioni, per cui poteva corrispondere alla data dei Lupercali. Questo conteggio sarebbe molto antico, in considerazione di una notazione di Macrobio (Saturnali, 1, 13, 1-7), secondo cui Numa avrebbe fissato inizialmente l'anno di 354 giorni con due mesi di 28, gennaio e febbraio; e poi avrebbe aggiunto a gennaio 1 giorno, affinché solo febbraio, dedicato agli inferi, restasse di giorni pari, considerati nefasti. I due mesi hanno insieme 56 giorni, che sono sette periodi nundinali, oppure 57 giorni includendo nel conto anche il giorno delle nundinae precedenti. Detto per inciso, al nostro tempo questo tramonto si verifica 54 e 55 giorni dopo il solstizio, cioè il 14 e 15 febbraio.

Le difficoltà delle osservazioni astronomiche e del calcolo aritmetico erano affrontate dagli antichi con lo scopo di collocare le feste religiose al succedersi di posizioni simbololiche dei due astri maggiori. I momenti fondamentalmentali delle ricorrenze erano i solstizi, il novilunio e il plenilunio. La ricerca di conciliare le incongruenti posizioni dei due astri in un unico calendario è stata svolta in Occidente in modo indipendente dall'astronomia vicinorientale, rimanendo incomparabilmente lontana dalla precisione del calendario lunisolare mesopotamico. Il difetto di alcuni o parecchi giorni dei calendari romani, lamentato già dagli autori latini, rivela la scarsa abilità nei calcoli aritmentici, che è invece alla base del calendario mesopotamico. L'uso del calendario cosiddetto di Romolo richiede semplicemente il conto dei giorni applicato all'osservazione degli astri all'orizzonte. Sarebbe un calendario compatibile con la cultura pre-protostorica di una popolazione europea, di cui si trovano le tracce nelle forme geometriche di siti orientatati astronomicamente.

Note
(*) Revisione dell'articolo: C. Frison, Tracce di astronomia paleoveneta, in "Padova e il suo territorio", n. 71 (1998).

1) C. Frison, La cittadella di Padova paleoveneta [articolo in questo sito].
2) C. Gasparotto, S. Maria del Carmine, Padova 1955, p. 67-68.
3) A. Gloria Il territorio padovano illustrato, Padova 1862, vol. II, p. 64, nota 1.
4) L. Magini,(a), Il calendario romuleo e i suoi rapporti con i fenomeni astronomici, in "Atti del II congresso di archeoastronomia. sett. 2002". Società italiana di Archeoastronomia.
L. Magini, (b), Astronomia e calendario nell'antica Roma, in "Rivista italiana di archeoastronomia, I (2003).
5) M. Cristofani, Tabula capuana. Un calendario festivo di età arcaica, Olschki, Firenze 1995.
6) Samuel, Alan E, Greek and Roman Chronology, München 1972, p. 168, nota 1.
7) Gaspani, Adriano, Externsteine, santuario naturale degli antichi Germani (parte seconda), in "Terra Insubre", 44 (2007).


Ultimo aggiornamento il 20 febbraio 2012.
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