LE RAGIONI DEL SANT'UFFIZIO NEL CASO GALILEI (*)

di Carlo Frison

Galilei ha dato un grande impulso all'autonomia della matematica dalla filosofia. L'eliocentrismo e la sua teoria del metodo scientifico hanno rafforzato la concezione deterministica della natura che già esisteva nell'astrologia, e che la Chiesa ha sempre respinto in nome della libertà di Dio e dell'uomo.

1- Il peso dei precedenti processi agli astrologi
Nel Trecento la riscoperta dei filosofi greci aveva ispirato la critica razionale di alcuni dogmi della dottrina cristiana, quali l’immortalità dell’anima, i miracoli e i poteri di Dio. Di fronte all’Inquisizione la posizione dei matematici-astrologi era aggravata dagli oroscopi delle religioni, che in quella cristiana riguardava Gesù stesso. Nei processi si disquisiva di questioni teologico-filosofiche prive di addentellati con la scienza. Per trovare un processo su concezioni dell’Universo dai risvolti scientifici moderni, bisogna arrivare a Giordano Bruno, che sosteneva l’infinità del cosmo e la pluralità dei pianeti abitati, per motivi però filosofici in senso panteista. Pochi anni dopo questo processo, fu portato davanti al Sant’uffizio Galileo Galilei che, secondo la ricostruzione storica dominante, affrontò finalmente una questione scientifica in termini solamente scientifici. L’accusa rivoltagli non avrebbe riguardato gli oroscopi, o la magia, o la mortalità dell’anima, o la limitazione dei poteri divini. La sua colpa sarebbe stata di indagare sui fenomeni naturali indipendentemente dal senso letterale della Bibbia. Sarebbe stato un processo radicalmente diverso dai precedenti.
Certamente Galilei si era applicato nella scienza, all’opposto dell’ex monaco Bruno, che aderì al calvinismo e poi lo abbandonò, e scrisse da filosofo riferendo teorie scientifiche altrui. Galilei era invece un filosofo naturale (un fisico, si direbbe oggidì) sospettabile di vicinanza ai ‘libertini’, prima denominazione dei liberi pensatori. Anche questo dato biografico contribuisce a presentarlo come scienziato moderno. Solitamente i saggi divulgativi su Galilei riservano pochi cenni alla posizione del Sant’uffizio, a volte con commenti denigratori. Secondo la ricostruzione storica dominante, nessuna delle accuse di eresia ricorrenti nei quattro secoli dalla istituzione dell’Inquisizione sarebbe stata rivolta a Galilei, come se nel Seicento non fossero ancora di esempio le condanne per astrologia dei matematici Pietro d’Abano (inizio del Trecento) e di Biagio Pelacani (fine del Trecento, che preferì uscirne abiurando). Eppure, per Galilei l’uomo può trarre dalla matematica una certezza qualitativamente elevata fino al livello di Dio, concezione consona a certe affermazioni di Biagio Pelacani.
A quel tempo l’insegnamento della natura seguiva il metodo aristotelico poco curante della matematica, per cui è comprensibile che l’eliocentrismo, motivato solo dalla matematica, non fosse convincente. Nel processo del 1616 a Galilei si vietò di insegnare l’eliocentrismo come realtà fisica, ma si ammise la semplicità matematica dell’eliocentrismo nel calcolo delle effemeridi. La distinzione tra la matematica e la realtà fisica è la questione principale del caso Galilei. Sulle incalzanti novità in astronomia, le idee erano poco chiare. Lo stesso Bellarmino (1) ammise che:

quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra circonda il sole, alhora bisognerà andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso quello che ci dimostra.”

Un invito a interpretare le Scritture veniva dal Cardinale Baronio con la celebre sentenza:

la scienza spiega come va il cielo, non come si va in cielo.”

A tenere i teologi fermi sul geocentrismo contribuivano le concezioni panteiste o pagane con cui Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Copernico e Keplero giustificavano l’eliocentrismo. Inoltre, le nuove teorie della corruttibilità dei cieli, ricordavano il pensiero ateo di Anassagora, e venivano collegate all'interpretazione atomistica della qualità delle sostanze, che pareva distruggere quella aristotelica adottata per descrivere la transustanziazione eucaristica. Secondo Pietro Redondi(2) sarebbe proprio l’invalidazione della dottrina eucaristica il motivo segreto della condanna di Galilei. Sotto accusa sarebbe stato quanto aveva scritto Galilei nel Saggiatore e nel Dialogo a proposito della suddivisione della materia in particelle. I termini usati da Gelilei erano però un po’ ambigui, forse proprio per scansare l’accusa di eresia. Comunque, l’aggiunta di motivi segreti non riduce il significato di quelli contenuti nei documenti ufficiali del processo.

2 - Il valore assoluto della matematica
Il metodo scientifico di Galilei è derivato dalla logica deduttiva-induttiva della matematica di Pappo d’Alessandria (l'ultimo dei grandi matematici greci), riportata alla luce dai matematici gesuiti romani e da Jacopo Zabarella. Il merito di Galilei è solo nel trasferimento della concezione assoluta della matematica ai fenomeni naturali, dotando le leggi fisiche della stessa necessità della matematica. Galilei sostenne coscientemente la sua convinzione della certezza assoluta della fisica-matematica, sapendo che avrebbe dovuto far cambiare di opinione i teologi. Nel 1614 il domenicano Tommaso Caccini aveva accusato Galilei e i ‘matematici’ di magia e irreligiosità(3). Era la stessa accusa rivolta agli astrologi, i quali erano ritenuti tanto più credibili quanto più stimati erano come matematici, perché capaci di calcolare la posizione corretta dei pianeti necessaria per gli oroscopi, come già sosteneva Pietro d’Abano. L’applicazione della rigorosità matematica ai fenomeni naturali rafforzava la concezione determinista, attribuendo a Dio la creazione di un mondo non più alterabile con i miracoli e negando il libero arbitrio dell’uomo.
Il timore dei teologi verso i matematici risale al rifiorire dell’astrologia. All’inizio del XIV secolo Pietro d’Abano, che esaltava la matematica come disciplina privilegiata della conoscenza, era stato condannato per eresia. E nel 1396 una condanna colpì anche Biagio Pelacani, principalmente per aver desunto dalle influenze astrali la nascita dell’anima intellettiva dalla materia. La posizione di Biagio(4) è precisata da certe affermazioni in cui colloca la matematica al primo posto dell’enciclopedia del sapere, davanti alla teologia e all’astrologia, le quali, secondo Biagio, sarebbero prime per la qualità dell’oggetto che studiano: Dio o il cosmo, ma sono prive di certezza e quindi non sono scienze né vere né certe. Chi possiede conoscenze geometriche, secondo Biagio, è più dotto di chi possiede la conoscenza dell’intera teologia e di tutta la filosofia naturale.
Nella discussione sulla condanna di Galilei non si può prescindere dalla secolare lotta della Chiesa contro la miscredenza diffusa dalle università. Secondo Michele Camarota un richiamo ai secoli precedenti è contenuto nell’argomento di Urbano VIII contro la teoria delle maree di Galilei. Il papa la respingeva perché:

Dio è libero di creare cose non comprensibili alla ragione umana.”

Camarota commenta(5):

"In realtà, il Barberini [Urbano VIII] riprendeva consapevolmente una delle dottrine che avevano contraddistinto il dibattito filosofico dei secoli XIII e XIV intorno alla tematica della potentia Dei absoluta. Le osservazioni del cardinale fiorentino (poi papa) non vanno, dunque, considerate come una riflessione di natura teologica sul significato e sui limiti della scienza degli uomini."

In altre parole, non era la religione a intromettersi nella scienza, ma era Galilei a elevare al livello divino la scienza umana, ponendo limiti alla potenza di Dio.

3 - La concezione di Galilei della matematica
Riassumo in tre punti quanto scrive Enrico Berti(6) sulla posizione di Galilei.

1) L'attribuzione del valore assoluto alla matematica faceva scrivere a Galilei che nell'ambito di questa scienza l'intelletto umano uguaglia quello divino in quanto a intensità, sebbene non nell’estensione delle proposizioni, perché Dio ne sa infinite di più. Per intensità della conoscenza, Galilei intende che l’uomo raggiunge la stessa certezza assoluta che è propria di Dio, perché ne conosce la necessità della connessione delle premesse con le conseguenze.

2) Mediante il suo metodo sperimentale Galilei si proponeva di raggiungere la conoscenza della realtà effettiva della natura, dotata della stessa necessità di cui era fornita la matematica.

3) Dalla certezza assoluta della matematica, Galilei è passato a concepire la certezza della conoscenza della natura. Nel Saggiatore ha affermato che la natura è scritta in lingua matematica, i cui caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche. Con questo esprimeva la convinzione che gli aspetti quantitativi fossero i più importanti e costituissero la struttura stessa della realtà nella sua interezza. Galilei quindi non rinunciava al livello della metafisica, perché il valore teoretico della matematica conferiva al filosofo naturale, cioè al fisico, una conoscenza che sostituiva la metafisica.

4 - La posizione dei teologi
Da quanto dice Berti, le concezioni di Galilei risultano di fatto eretiche. Il teologo personale di Urbano VIII e perito teologico nel processo del 1632, Agostino Oreggi(7), ha affermato nella sua Theologia che bisogna distinguere “fra ciò che appartiene alla fisica, ciò che spetta alla matematica e ciò che appartiene alla metafisica”, in cui metafisica sta per teologia. In aggiunta, un secondo perito teologico del processo, Zaccaria Pasqualigo(8), ha affermato:

Non vedo come la fisica e la teologia debbano essere confuse in una sola scienza.

Galilei contravveniva a quanto affermato dai teologi. Univa la matematica alla fisica e attribuiva alla matematica la stessa dignità della metafisica, venendo a negare la libertà di Dio e il libero arbitrio dell’uomo.
Le affermazioni dei due teologi non hanno niente di oscurantista. Potrebbero essere sottoscritte dagli scienziati moderni. Anche la distinzione tra ciò che appartiene alla fisica e ciò che spetta alla matematica è sensata. Non esiste la Matematica assoluta e completa modello ideale della fisica. Riporto l’opinione dell’astrofisico Mario Livio(9) sui limiti di impiego della matematica:

"Non solo gli scienziati scelgono con cura le soluzioni, ma tendono anche a selezionare i problemi che possono essere sottoposti più facilmente a un trattamento matematico. C’è pero una gran quantità di fenomeni per cui non sono possibili previsioni matematiche accurate, qualche volta nemmeno in teoria. In economia, per esempio, molte variabili – la psicologica dettagliata delle masse, per dirne una – non si prestano facilmente a un’analisi quantitativa. Il valore predittivo si basa sulla costanza delle relazioni presenti tra le variabili. Le nostre analisi falliscono anche quando si tratta di descrivere compiutamente i sistemi in cui si sviluppa il caos, in cui il minimo cambiamento delle condizioni iniziali può produrre risultati finali diversi, impedendo qualunque previsione a lunga scadenza. I matematici hanno sviluppato la statistica e il calcolo delle probabilità per affrontare questi problemi, ma è la matematica stessa a essere limitata, come dimostrò il logico austriaco Kurt Gödel."

5 – La questione delle maree dal punto di vista teologico
Il contrasto tra Galilei e i teologi esplose sulla causa delle maree. Galilei credeva di dimostrare con una teoria delle maree i due moti di rotazione e rivoluzione della Terra. Dall’anno della prima pubblicazione della teoria, il 1616, a quello di inizio del secondo processo, il 1632, i teologi avevano avuto abbastanza tempo per valutarla. Urbano VIII, papa dal 1623, respinse questa teoria con l’argomento teologico dei limiti che si porrebbe a Dio ammettendo la certezza scientifica dell’uomo. L’onnipotenza divina, argomentava, è libera di esprimersi in un progetto non ricostruibile, perché non comprensibile, dalla ragione umana. La ragione che Galilei opponeva all’argomento papale è esposta nel modo più incisivo in una postilla su un libro della sua biblioteca(10):

“Noi non cerchiamo quello che Iddio poteva fare, ma quello che egli ha fatto.”

Il che significa che l’uomo può spingere la ricerca fino alla certezza su quello che ha fatto Dio, grazie alla matematica assoluta. Così, sebbene l’uomo non arriverà mai a scoprire tutte le infinite leggi della natura, quello che scoprirà sarà certo. Quindi, sono certi e necessari gli avvenimenti prodotti dalle leggi naturali. La necessità rende il futuro prevedibile; l’astrologia è giustificata e il libero arbitrio è negato. È difficile credere che Galilei non ne fosse cosciente. La Chiesa ha da sempre combattuto contro l’astrologia per questo motivo. Da quanto ne sappiamo, Galilei non ha tentato di difendersi da questa accusa. La sua concezione delle leggi assolute della matematica e della fisica ci dicono che Galilei sapeva di opporsi al libero arbitrio, plausibilmente per adesione al determinismo astrologico.
Tra i capi di accusa11 stilati dalla commissione teologica istituita dal Sant’Uffizio nel processo del 1632, quello al n. 6 si riferisce alla concezione della matematica di Galilei. L’accusa suona così:

"Asserirsi e dichiararsi male qualche uguaglianza, nel comprendere le cose geometriche, tra l’intelletto umano e divino.

La conseguenza presagita in “qualche uguaglianza (...) tra l’intelletto umano e divino” si è manifestata qualche decennio dopo la sentenza del Sant’Uffizio, con la filosofia panteista del dio matematico di Spinoza. Oggidì ci sono scienziati che nobilitano il loro ateismo con espressioni filosofiche d’accatto, come lo ‘spirito dell’Universo’, accompagnate dal “deus, sive natura” di Spinoza. La china verso il panteismo è il pericolo insito nella concezione della matematica di Galilei, intravisto dai teologi. Oggidì è diffuso lo stesso ordine di idee, sebbene il termine ‘panteismo’ non sia più usato. Einstein, che prediligeva la filosofia di Spinoza, e Amiz D. Aczel, autore di "L’equazione di Dio. Einstein, la relatività e l’universo in espansione", sarebbero condannabili come Galilei, non per l’eliocentrismo, ma per l’equiparazione della matematica a Dio.
Il giudizio sul processo di Galilei non può prescindere dalla storia della matematica. Molti studiosi ritengono che la condanna di Galilei sia motivata principalmente dallo sdegno di Urbano VIII, suscitato dalla famosa beffa di mettere in bocca a Simplicio, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi, l’argomento del papa contro la teoria delle maree. Ritengo che porre l’accento sullo sdegno del papa, distolga l’attenzione dal senso teologico del suo argomento.

Note
*) Saggio inserito in Nel nome di Elohim e di Yahweh e dello Spirito Santo. Quattro saggi sull’origine dell’idea della Trinità e sulla critica della religione. Padova, CLEUP, 2012.

1) Wallace, William A., Galilei, Galileo, in «Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede», vol. 2, Città del Vaticano, 2002, p. 1805.
2) Redondi, Piero, Galileo eretico, Torino: Einaudi, 1983.
3) Baldini, U., Galilei, Galileo, in «Dizionario biografico degli italiani», Roma 1998.
4) Federici Vescovini, Graziella.L’importanza della matematica tra aristotelismo e scienza moderna in alcuni filosofi padovani della fine del secolo XIV, in «Aristotelismo veneto e scienza moderna. Atti del 25° A. A. Centro St. Trad. Aristotel. Veneto», Padova 1983, pp. 661-684.
5) Camarota, Michele, Galileo Galilei, Roma: Salerno Editrice, 2004, p. 411.
6) Berti, Enrico, Storia della filosofia. Dal Quattrocento al Settecento, Roma-Bari: Laterza 1991, pp. 56-62.
7) Redondi, cit. p. 316
8) Redondi, cit, p. 318.
9) Livio, Mario, Perché funziona la matematica, in «Le Scienze», n. 518 (2011).
10) Camarota, cit. p. 411.
11) Camarota, cit. p. 474.


Maggio 2013

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