LA CITTADELLA DI PADOVA PALEOVENETA(*)

di Carlo Frison

Da un racconto di Tito livio, da una iscrizione paleoveneta, da una lapide di età romana e dai dati topografici è ricostruibile la transizione dal rito delle lustrazioni dei Lupercali alla festa della Purificazione di Maria celebrata nella chiesa di S. Maria del Carmine di Padova. La testimonianza si troverebbe in un orientamento astronomico della cittadella sacra paleoveneta.

Padova antica, la maggior città dei paleoveneti, occupava nel V secolo a.C. una estensione di quasi 1.5 km2; un'area molto grande che comprendeva almeno un bosco sacro e probabilmente orti. Il suo territorio si estendeva dall'Altopiano di Asiago ai colli Euganei e alla laguna. Abbiamo poche notizie sulle istituzioni politiche necessarie per amministrare una popolazione diffusa in un'area così vasta. Il governo era esercitato collegialmente da un consiglio di anziani, tra cui c'era il pilpotis, plausibilmente un primus inter pares, con funzioni sia politiche sia religiose. Il linguista Aldo Luigi Prosdocimi, ha tradotto l'iscrizione pilpotei (dativo di pilpotis), trovata su un ciottolo funerario, con "signore della cittadella", e ha dedotto che Padova fosse formata da un abitato (denominato teuta, popolo) e da una cittadella sacra denominata col termine ricostruito di "pili-". Questo sistema urbanistico è analogo a quello latino di "urbs et capitolium" e si trova generalmente in molte città antiche.
La tesi di Prosdocimi pone il problema della localizzazione della cittadella paleoveneta. Una indicazione ci viene da un brano di Tito Livio in cui è nominato un "vecchio tempio di Giunone" dove erano conservati i rostri sottratti dalle navi dello spartano Cleonimo, sconfitto nel 302 a.C. in una battaglia presso la foce di un ramo della Brenta. Non c'è dubbio che un tempio di simile importanza si trovasse nella cittadella. Purtroppo di questo tempio non abbiamo nessun reperto, né c'è speranza di trovarne, perché sarà stato di legno. E' plausibile che la definizione di "vecchio", datagli da Livio che visse al tempo di Augusto, significhi sia antico sia non ricostruito in pietra. Non è pensabile che i romani avessero permesso la ricostruzione di un tempio che avrebbe alimentato le aspirazioni indipendentiste venete. È significativo che Livio chiami la dea paleoveneta col nome dell'assimilazione a una divinità romana.
Fortunatamente si possono sviluppare le ipotesi partendo da un dato concreto: l'iscrizione di una lapide funeraria trovata nel luogo dove fino al 1517 era la chiesa della SS. Trinità, lungo il viale Codalunga, a circa 300 metri a nord del ponte Molino (vedi figura). La lapide è andata dispersa, ma l'iscrizione è riportata nel Corpus Inscriptionum Latinarum (V,l,2881) di Theodor Mommsen. In essa, dopo alcuni nomi di persona, compare una linea con la scritta "SARCI . NAV . LEMMO", in cui credo che NAV sia un riferimento le navi di Cleonimo, dalle quali furono sottratti i rostri collocati nel vecchio tempio di Giunone come trofei della vittoria, sicché è da supporre che in vicinanza della lapide ci fosse il tempio. Il riferimento alla dèa è contenuto in SARCI, che secondo Mommsen sta per sarcinatrix, sarta, che io intenderei come attributo di una dèa. L'ipotesi sarebbe favorita se si potesse collegare il termine LEMMO con i rostri. Mommsen (C.I.L., V,2,7308) riporta il cognome LEMMO anche da una lapide trovata nelle Alpi Cozie. Si potrebbe pensare che la lapide fosse in zona montuosa interessata da estrazione di metallo. LEMMO potrebbe allora indicare una famiglia di fabbri e essere collegato con Lemnus, l'isola egea sede del dio Vulcano per i numerosi forni che vi operavano. Il termine potrebbe essere anche una storpiatura di LEMNO, ablativo che indicherebbe la provenienza dall'isola famosa per i manufatti di bronzo, che nel nostro caso sono i rostri.
Livio definisce vecchio il tempio. Si può supporre che fosse considerato vecchio già al tempo della scorreria di Cleonimo, e quindi che risalisse alla fondazione della città. A questo punto la questione diventa topografia, trattandosi di riconoscere nell'impianto viario moderno gli elementi urbanistici conservatisi nel corso dei millenni, come spesso è avvenuto. La caratteristica della zona è un anello d'acqua del diametro di circa 250 metri, appoggiato sul tratto nord di una delle due grandi anse fluviali occupate dalla città. Padova paleoveneta era una grande terramara solcata da numerosi canali, sulla cui origine rimangono ancora incertezze non superate in due secoli di studi. Tralasciando la questione idrografica, analizziamo la topografia dell'area dell'anello d'acqua, dato che pare l'unica localizzazione possibile per la cittadella sacra. Fino al Settecento l'area era chiamata "isola di S. Giacomo", poi ha subito numerosi interventi urbanistici, tra cui l'abbattimento della chiesa di S. Giacomo e l'interramento del canale della Bovetta che formava mezzo anello d'acqua. Lo studio è fatto perciò sulle mappe del catasto napoleonico, precedente a tutte le alterazioni urbanistiche moderne. La topografia è complessa. L'isola era abbastanza grande da ospitare edifici, templi e piazze per le assemblee comunitarie e gli addestramenti alle armi dei giovani. Le ipotesi del limite della cittadella coincidente con l'anello d'acqua e la certa conservazione di strade antiche portano con sé l'attribuzione all'antichità della posizione dei ponti. Un tracciato antico è quello della via Beato Pellegrino che, secondo una scoperta recentissima, ha il tracciato che segue un acquedotto di epoca romana, probabilmente affiancato a un percorso paleoveneto precedente. Una strada antica era probabilmente sul viale Codalunga, affiancata a quei tempi da cimiteri. Nell'isola di S. Giacomo e nelle vicinanze sono state trovate le lapidi funerarie e vasi cinerari, ma non abitazioni: anche questo va a favore della localizzazione di un'area sacra. L'idea di trovare degli allineamenti astronomici all'interno dell'isola è poco praticabile. La possibilità di individuarli viene dai ponti, secondo quanto si conosce sulla civiltà delle terramare.
Ho accennato all'antichità dei meandri che formano l'anello d'acqua e all'antichità dei due ponti di due strade nominate; e poi c'è il ponte Molino, di età romana. Quindi possiamo credere che questi ponti esistessero già in epoca protostorica, e considerare anche per Padova le ipotesi che sono state suscitate dalla scoperta delle terramare fin dall'Ottocento. La civiltà terramaricola, era anche la civiltà dei protolatini, come gli studiosi deducono dai vocaboli pagus, portus, pons. Questa continuità è alla base di una etimologia di notevoli conseguenze: l'autorità sacerdotale dei pontefici romani discenderebbe dai costruttori dei ponti (pontem facere) delle terramare. Gli argomenti linguistici che collegano i latini agli abitatori delle palafitte sono riassumibili nei seguenti punti. 1) Pagus (villaggio) è imparentato a pango (pianto, conficco), il villaggio dunque è una palafitta. 2) il tema della voce pons nelle lingue indoeuropee orientali ha il significato generico di "cammino, strada" e solo in quelle romanze e in latino significa "passerella, ponte" indicando che per i palafitticoli la via del villaggio passa sull'acqua. 3) Portus in tutte le lingue indoeuropee ha il significato di guado, ma solo in latino significa anche porta di casa. Le palafitte possono spiegare l'anomalia giacché l'entrata è un passaggio sull'acqua. Di conseguenza chi presiede alla costruzione del ponte, il pontifex, è il più importante dei sacerdoti romani.

Pianta della zona del Carmine ricavata dal catasto napoleonico. Il centro della citadella è individuabile nel punto equidistante dai quattro ponti su strade pubbliche, che sono indicati da un punto nero sulla circonferenza. Gli orientamenti astronomici individuati della cittadella sacra vengono osservati dal centro dell'anello d'acqua verso i ponti. 1) Ponte della Bovetta, verso nord. 2) Ponte del Carmine, verso est. 3) Ponte Molino, verso sud. 4) Ponticello non denominato, verso il solstizio invernale. 5) Ponte della Bovetta di S. Leonardo, verso il tramonto del sole ai Lupercali. 6) Ponte di S. Giacomo, verso il solstizio estivo.
A) Via Beato Pellegrino. B) Via Codalunga. C) Via Campagnola. L'asterisco indica il sito della chiesa della S. Trinità.


I pontefici romani erano i canonisti del diritto sacro e delle tradizioni. Sovrintendevano ai riti e ai culti nel tempio, ne curavano i restauri, e avevano il compito di compilare il calendario e registrare gli avvenimenti. Un pontefice minore doveva osservare il verificarsi del novilunio. All'apparire della falce della luna nuova sull'orizzonte, convocava il popolo nella "curia calabra" presso il sacello di Giunone Moneta sull'arce capitolina per annunciare il principio del mese e fissare i giorni delle fasi lunari, le none al primo quarto e le idi al plenilunio. Il motivo dell'assimilazione a Giunone della dea padovana sarebbe nella presenza del suo tempio nella cittadella, come quello della Giunone romana nell'arce. Per coerenza delle ipotesi bisognerebbe ricavare delle direzioni astronomiche da attribuire ai ponti della cittadella, che sarebbero stati costruiti da dei pontefici astronomi. Nelle mappe catastali ottocentesche sono segnati sei ponti, che supponiamo essere che sempre stati ricostruiti sullo stesso posto. L'ipotesi migliore pare quella di un unico punto di osservazione centrale, da individuare con un criterio plausibile. Partendo dal dato storico più sicuro, costituito dai quattro ponti su strade pubbliche, è possibile trovare un punto equidistante da questi ponti con discreta approssimazione. Si nota allora che i ponti della Bovetta e Molino determinano una linea meridiana. Posizionandoci su un punto circa a metà distanza tra questi due ponti, è osservabile il ponte del Carmine in direzione est e il ponte di S. Giacomo verso il solstizio estivo al tramonto. Si consideri che il solstizio è leggermente discostato dalla via Beato Pellegrino, che in epoca romana era il tracciato di un acquedotto, non una strada.
Restano da considerare altri due ponticelli segnati nelle mappe entro proprietà private e non percorsi da strade pubbliche. Uno è non è nemmeno denominato in tutte le piante che ho consultato e si trova nella direzione del solstizio invernale al tramonto, dietro al monte Venda dei colli Euganei. Infine, l'ultimo ponte, denominato ponte della Bovetta di S. Leonardo è quello che dà la direzione astronomica più interessante perché implicherebbe una trasformazione di un luogo di culto da pagano a cristiano. Guardando da centro della cittadella in direzione di questo ponte si osserva a metà febbraio il tramonto del sole dietro al monte della Madonna dei Colli Euganei, o meglio dietro alle due cime accostate del monte della Madonna e del monte Grande quasi della stessa altezza. Senza considerare lo spostamento della data di uno o due giorni in dipendenza della precessione, data l'imprecisione dei calendari antichi, è da notare che a metà febbraio si celebrava la festa dei Lupercali.
Si affaccia l'ipotesi che anche i paleoveneti celebrassero una festa a metà febbraio. I Lupercali erano celebrati fondamentalmente con sacrifici di capre e lupi, quindi erano festa di comunità pastorali, che ben si adattava alla rilevanza nell'economia paleoveneta della produzione di lane. I lupercali coincidevano nei primi secoli del cristianesimo con la celebrazione della Purificazione di Maria, che aveva luogo il 14 febbraio, prima che la festa venisse trasportata al 2 febbraio da Giustiniano. Perciò nelle argomentazioni è necessario introdurre la sostituzione dei culti pagani con quelli cristiani.
La Purificazione di Maria è celebrata a Padova in modo particolarmente solenne nella chiesa di S. Maria del Carmine, situata dentro la cittadella a pochi metri dal punto centrale. Per comprendere l'importanza di questa chiesa, è sufficiente dire che è il secondo santuario della città, dopo la Basilica di S. Antonio. La chiesa è stata eretta nel Trecento sul luogo, secondo una notizia priva di riscontri, di un oratorio dedicato alla Purificazione di Maria fondato nel 1212. Per quanto riguarda il monte della Madonna, risale al Duecento la notizia che vi fosse in cima l'oratorio di S. Maria del Monte, ma a poca distanza della cima si trova una grotta e una piccola sorgente dove la tradizione dice essersi ritirata Santa Felicita nell' VIII secolo, il che farebbe pensare a un precedente culto di una ninfa. Nel passato S. Maria del Monte era meta di processioni a Pasqua, nella festa dell'Assunta e in quella di S. Rocco, il protettore degli appestati, che sembrerebbe collegare S. Maria del Monte alla liberazione dalla peste del 1576 per grazia della Madonna del Carmine.
Sulla festa dei lupercali si possono basare due paragoni, il primo tra la Giunone paleoveneta e quella romana, il secondo tra le lustrazioni dei lupercali e la purificazione di Maria. Sia nell'arce capitolina romana sia nella cittadella padovana c'era un tempio di Giunone. Questa dea era chiamata Iunio Februata (purificata), per la sua presenza nei Lupercali, fatto che spiegherebbe la rilevanza cittadina che ha a Padova la celebrazione della Purificazione di Maria nella chiesa situata nella cittadella, il Carmine. A Roma, l'annuncio della luna nuova era dato presso il sacello di Giunone dall'arce capitolina da un pontefice minore incaricato di scrutare il cielo per riconoscere l'apparire del novilunio, all'apparire del primo crescente sull'orizzonte. Risalta l'analogia con le osservazioni astronomiche fatta a Padova da una cittadella sacra accessibile dai ponti, e quindi retta da un collegio di pontefici.
I ponti segnati nelle vecchie mappe non esauriscono le direzioni astronomiche rilevabili. Si ritiene che nel medioevo si potesse accedere all'isola di S. Giacomo anche dalla via Campagnola, mentre nelle mappe questa strada termina sulla riva del canale senza attraversarlo. Questa ipotesi è conforme al nostro discorso, perché la via ha la direzione del tramonto della luna piena quando il sole è all'equinozio e la luna abbia la declinazione uguale alla sua inclinazione orbitale (il fenomeno non è descrivibile in poche parole). Lo stesso fenomeno si verifica lungo la direzione della facciata della chiesa del Carmine per la levata della luna. Ultimo orientamento astronomico da considerare è quello del viale Codalunga, che inizia dal ponte della Bovetta e si dirige a nord-est secondo un lunistizio di amplitudine maggiore.

Nota
(*) Revisione e sintesi degli articoli:
C. Frison, Il vecchio tempio patavino di Giunone, in "Padova e il suo territorio", n. 29 (1991).
C. Frison, La cittadella di Padova paleoveneta e il tempio di Giunone, in "Dal pilpotis al doge. La collegialità del governo veneto", Libraria padovana editrice, 1997."
C. Frison, Tracce di astronomia paleoveneta, in "Padova e il suo territorio", n. 71 (1998).


Settembre 2007.

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