GLI ATLANTIDI E I CAINITI
DUE LEGGENDE SUI POPOLI PREISTORICI MEDITERRANEI(*)

di Carlo Frison

L'analisi etnologica del racconto di Platone mette in evidenza le analogie delle caratteristiche degli atlantidi con quelle dei popoli preindoeuropei. Un successivo confronto rivela gli identici tratti salienti tra gli atlantidi e i cainiti biblici (discendenti di Caino). Erano entrambi genti antediluviane, di cultura matriarcale, che intrapresero per prime la strada della civilizzazione. Usavano i metalli e conoscevano la musica. Di entrambe è ricordata la fondazione della prima città, e viene messo in evidenza la loro propensione alla violenza, tanto che meritarono la punizione divina che le fece scomparire sommerse dal Diluvio.

La civiltà primordiale
Verso la fine dell'era glaciale, circa 10000 anni a.C., nuove genti sono apparse nel Vicino Oriente. La loro economia era ancora basata sulla caccia e sulla raccolta di prodotti spontanei, ma già nei loro primi stanziamenti in Palestina si sono rinvenuti rudimentali attrezzi agricoli (falcetti a lame di selce e mortai) impiegati probabilmente per una raccolta intensiva dei vegetali. Il Vicino Oriente, che prima del loro arrivo aveva una bassa densità di popolazione culturalmente arretrata(1), diventa teatro, per opera dei nuovi arrivati, del fiorire della prima civiltà urbana e agricola, che si svilupperà in rapida successione di tempo rispetto alla staticità dell'età paleolitica: dalle capanne di canne e paglia di Mallaha alla città murata di Gerico, dai graffiti rupestri di. Oküzini(2) agli affreschi murali dei santuari di Çatal Hüyük, dall'economia di sostentamento ai depositi di cereali, dagli strumenti di selce scheggiata agli attrezzi di pietra levigata, al rame martellato e alla ceramica. Da dove provenivano gli autori di questa "rivoluzione neolitica"?
Numerose analogie con la cultura paleolitica francocantabrica (che verranno esposte nei prossimi capitoli) indicano una migrazione dall'Europa. Mellaart scrive: "È da aspettarsi che il popolo che ha prodotto la rivoluzione neolitica nel Vicino Oriente sia probabilmente in gran parte di origine del paleolitico superiore e, alcuni antropologi, credono che la razza euroafricana, la prima rappresentata nei cimiteri protoneolitici, rappresenti discendenti dell'uomo del paleolitico superiore d'Europa"(3). A questo popolo conviene dare il nome di protomediterraneo, perché la sua civiltà ha raggiunto il massimo splendore sulle rive di questo mare.
È difficile esagerare l'importanza che ha avuto questo popolo per la storia dell'umanità. Tutte le civiltà superiori affondano le loro radici nelle sue conquiste. Da esso i sumeri, i semiti, gli egizi, i greci e gli altri popoli indoeuropei hanno appreso l'arte, l'agricoltura, la marineria, la metallurgia e presumibilmente l'astronomia e l'aritmetica, essendo le ultime due discipline il corollario dell'agricoltura e della navigazione. Ma la sua influenza maggiore si rivela nella religione, in cui si osservano riti e miti per diversi aspetti simili in Mesopotamia come in Grecia, in Egitto come a Roma, perché ovunque sono plasmati sul culto della fertilità dei protomediterranei.
La storia dei protomediterranei può essere seguita per oltre 30000 anni. L'arte paleolitica, l'arte rupestre postglaciale e le civiltà preindoeuropee sono opera dei protomediterranei; benché nel corso dei millenni si siano formate differenze linguistiche e di usi e costumi tra una regione e l'altra. I protomediterranei che alla fine dell'era glaciale si sono stabiliti nel Vicino Oriente, hanno dato origine a leggende e miti. Il racconto del loro arrivo è stato tramandato nei millenni, finché Platone ne ha tratto materia. per la leggenda dell'invasione degli atlantidi. Mentre la loro civiltà è tramandata dalla Bibbia nel mito di Caino e nella leggenda dei cainiti. Grazie a queste e altre tradizioni è possibile studiare la preistoria quasi come se si possedessero dei testi contemporanei agli avvenimenti.

L'uniformità culturale mediterranea
I protomediterranei hanno creato una civiltà sostanzialmente uniforme che si è sviluppata prima del sopravvento degli indoeuropei e dei camitosemiti. I loro miti ci sono pervenuti indirettamente attraverso quelle narrazioni in lingua greca che, secondo gli studiosi, rivelano una origine nella civiltà anellenica egeoanatolica ma che dovevano essere comuni a tutto il Mediterraneo preistorico. A questo proposito Ileana Chirassi osserva che nel mondo greco e in quello romano ci sono analogie che "propongono la derivazione di determinati elementi mitico-rituali dal comune retaggio di quella preistoria mediterranea che si va delineando come la base comune delle civiltà sorte e sviluppate nella zona mediterranea"(4).
Il complesso mitico-rituale che chiaramente dimostra l'uniformità culturale dei protomediterranei è quello attinente ai labirinti. Il più celebre labirinto(5) è quello cretese. Essi non erano altro che delle grotte sacre diffuse in tutto il Mediterraneo. In tali grotte si svolgevano principalmente due riti: l'emissione di oracoli da parte di sacerdotesse, e l'iniziazione dei fanciulli di fronte a effigi di bovidi (il Minotauro). Entrambi questi riti sono testimoniati nell'arte paleolitica francocantabrica, cioè molti millenni prima della civiltà cretese(6).
L'unità culturale dei protomediterranei paleolitici e neolitici è testimoniata da numerose concordanze. In questo capitolo ne vengono esposte alcune, altre lo saranno un po' alla volta in seguito. Nei siti paleolitici e neolitici è molto frequente la presenza di statuette della Dea Madre. I canoni artistici che le ispirano sono tavolta sorprendentemente simili. Per esempio dal confronto della Venere di Lespugue (Alta Garonna) o di quella di Willendorf (Bassa Austria) con una statuetta di Dea Madre di Çatal Hüyük (Anatolia) si notano diverse analogie. Hanno comuni le forme steatopigie, i piedi non sono distinguibili dalle gambe o sono praticamente mancanti, le mani sono appoggiate sui seni e le caratteristiche facciali sono appena abbozzate o inesistenti.
In alcune grotte dell'arte paleolitica (Angles sur-l'Anglin, la Magdeleine) compaiono figure femminili accanto a animali. Si tratta probabilmente di uno schema figurativo che preannuncia la "Signora degli animali" dell'arte egeoanatolica. L'animale sacro per eccellenza, il toro, era già oggetto di culto durante il paleolitico, altrimenti non si spiegherebbe una presenza cosi massiccia di bovini (bisonti e buoi selvatici) nelle raffigurazioni artistiche francocantabriche. Il toro selvaggio era venerato come manifestazione della divinità maschile fecondatrice e quindi faceva parte del culto della Dea Madre. Secondo gli storici della religione le immagini di tori sono in rapporto col dio della tempesta che si manifesta attraverso il tuono(7), perché il muggito dei tori era assimilato al tuono(8). Questa interpretazione del culto del toro potrebbe fornire una spiegazione alla figura del bisonte che muggisce dipinto nella grotta di Altamira. Sia nell'arte paleolitica sia in quella neolitica si nota la preferenza per gli animali, mentre sono poco numerose le figure femminili e meno ancora quelle di uomini. Le caratteristiche facciali umane sono rare. Nelle "veneri" paleolitiche si trova che in nessun caso occhi, naso e bocca sono tutti rappresentati(9), e comunque alla figura umana non si dedica la precisione impiegata per gli animali. Sembra che anche nell'arte neolitica del Vicino Oriente valga il criterio di non raffigurare con precisione il volto umano, quasi che sussistesse un impedimento dettato dal timore(10).
I satiri sono un altro tema mitico di origine paleolitica. In alcune grotte francesi e nell'arte del levante spagnolo si trovano figure semiumane danzanti simili ai satiri. Hanno la testa di bovide su un corpo umano, talvolta si notano anche code e le estremità sono sostituite da zoccoli d'animale. In varie grotte dell'Anatolia sono stati scoperti graffiti e dipinti. I graffiti a giudizio di Anati sono databili dalla fine del paleolitico al neolitico. Essi "hanno le similitudini più vicine a ovest, soprattutto nei raggruppamenti di tipo mediterraneo dell'arte paleolitica della penisola italiana"(11). In particolare l'arte rupestre di Pananli (Turchia centrale) "sembra indicare che dobbiamo guardare a una derivazione europea"(12). Anati inoltre ritiene che i dipinti di cui sopra siano simili a figure che appaiono sulla ceramica del Vicino Oriente dal neolitico in poi(13). Anche Mellaart di fronte alle manifestazioni artistiche di una zona del Vicino Oriente, cioè della cultura protoneolitica natufiana in Palestina, sospetta una origine occidentale. Ha l'impressione di trovarsi di fronte a un "superbo esempio di arte naturalistica, degna del paleolitico superiore della Francia"(14). In effetti, in base a un giudizio artistico generale sembra che lo stile naturalistico con cui vengono rappresentati gli animali, disegnati con tratti che danno una impressione di movimento, fosse prediletto dagli artisti protomediterranei del paleolitico del neolitico e della vivace arte cretese.
Non deve stupire se l'origine occidentale della civiltà del Vicino Oriente ha lasciato delle tracce nei racconti tradizionali. La propagazione verso est del culto del toro è adombrata nella decima fatica di Eracle, in cui l'eroe, dopo varie vicissitudini, affronta il compito di condurre una mandria di buoi rossi dalla Spagna in Grecia. Il colore del bestiame ricorda che nella più bella grotta dell'era glaciale, quella di Altamira, vi sono delle pitture policrome di bovini dal manto prevalentemente rosso. Sarebbe fare un torto troppo grande alla valentia degli artisti naturalistici paleolitici ritenere che il colore dei branchi selvaggi non fosse di un marrone rossastro. La fatica di Eracle ha certamente un significato cultuale, perché in Grecia i buoi verranno sacrificati a Era (in origine una Dea Madre). La cronologia dei reperti archeologici dimostra il diffondersi delle raffigurazioni di tori progressivamente da ovest a est, cioè dalla regione francocantabrica, all'Italia, al Vicino Oriente e all'India. Nell'Italia meridionale il culto è testimoniato dai graffiti epipaleolitici di Levanzo (Sicilia) e del Riparo del Romito (Calabria). Probabilmente i greci hanno dato il nome Italia (da Vituli, torelli) alla parte meridionale della penisola perché il culto del toro è provenuto da occidente.

L'origine dell'agricoltura
L'agricoltura vera e propria, cioè la cerealicoltura, è stata preceduta dalla raccolta, condotta in modo via via più razionale, di altri vegetali, radici, frutti e semi. Ci sono degli indizi che già nel paleolitico francocantabrico la raccolta dei vegetali, praticata dalle donne, avesse un rilevante riflesso nella vita religiosa, anche se sul piano economico era meno importante della caccia. Per dimostrare questo è necessario fare alcune premesse. I risultati delle ricerche degli ultimi decenni confermano che lo sfruttamento della riproduzione vegetale è molto antico. I reperti delle colture sono rari, data la facile deperibilità dei vegetali, ma ci sono indicazioni che la cerealicoltura è stata preceduta da altre colture. In America latina vestigia della coltura della manioca sono state scoperte al di sotto dello strato della coltura del mais(15). Nell'Asia sudorientale dal 13000 a.C. si può parlare di vera e propria coltivazione di alcune piante orticole, mentre quella del riso inizia probabilmente nel 6000 a.C.(16). In Grecia, nella grotta di Franchthi, abitata dal 20000 a.C., sono stati rinvenuti dei vegetali, soprattutto a partire dall'inizio del ritiro dell'ultima glaciazione. Si tratta principalmente di legumi selvatici. Solo poco dopo il 6000 a.C. fanno la prima apparazione a Franchthi i cereali(17). Questa scoperta conferma la tradizione classica, greca e romana, che costantemente considera i legumi un nutrimento primitivo, precedente l'uso dei cereali(18).
Anche gli studi etnologici ammettono la precedenza all'economia orticola e arboricola, cioè alla coltivazione di leguminose, di specie arborescenti e di radici e tuberi vari(19). Per indicare questo tipo di economia si usano i termini di vegetocoltura e orticoltura. È praticata da coltivatori primitivi che non conoscono l'aratro e che sono chiamati popoli piantatori o paleocoltori. Secondo alcuni etnologi la vegetocoltura è iniziata nel paleolitico superiore per opera della donna, che aveva la responsabilità della piantagione e della raccolta, mentre gli uomini, oltre alla caccia, si incaricavano del dissodamento dei campi. Si praticava cioè una economia mista di caccia e vegetocoltura. Nel periodo mesolitico la diffusione della pratica nelle zone steppose, per esempio quelle del Vicino Oriente, ha reso obbligatoria l'introduzione della cerealicoltura in sostituzione della vegetocoltura. Grazie alla coltivazione delle piante la donna aveva acquistato prestigio economico e sociale, e aveva sviluppato da un lato il culto della fertilità (Dea Madre e Terra Madre), e dall'altro lato una forma religiosa di mitologia lunare nella quale anche la luna era considerata femminile. Si ritiene che la correlazione tra la donna e la luna fosse derivata osservando i rapporti sorprendenti che legano il ciclo fisiologico femminile alle lunazioni. La connessione tra i culti della Terra Madre e della luna deriva anche dall'impiego dell'osservazione della luna per conoscere il tempo delle attività agricole (calendario lunare). Le fasi lunari col loro crescere e calare erano assimilate al ritmo vegetativo, per cui la luna piena e la luna nuova (invisibile) erano prese come simbolo della maturazione e della morte delle piante.
Per la sua attività agricola(20) la donna sembrava possedere un potere magico sulla natura. Poteva prevedere quando germogliavano e fruttificavano le piante utili, e sapeva usare certe essenze officinali a scopo benefico o malefico. L'uomo cacciatore non poteva vantare un simile dominio sulla natura. Perciò nelle società miste di caccia e vegetocoltura la donna acquista una posizione preminente, per lo meno nell'ambito magico-religioso.
Fatte queste premesse, ci sono motivi per arguire che, presso i grandi cacciatori paleolitici d'Europa, le donne praticando lo sfruttamento razionale dei vegetali si conquistarono un prestigio religioso tale da instaurare il culto della Dea Madre. Di recente A. Marshack ha potuto dimostrare l'esistenza in Dordogna, fin dai primordi dell'aurignaziano (oltre 30000 a. C.), di una notazione del tempo basata sull'osservazione delle fasi lunari. Secondo Marshack la scrittura, l'aritmetica e il calendario vero e proprio, che fanno la loro comparsa nelle prime civiltà, si riferiscono probabilmente al simbolismo che impregna il "sistema" di notazioni utilizzato durante il paleolitico. Queste notazioni (per lo più delle serie di tacche incise) secondo l'autore sono accumulate senza interruzione per un lungo periodo, perciò permettono di supporre che alcune delle cerimonie stagionali o periodiche fossero fissate con grande anticipo, come accade oggi presso i siberiani e gli indiani d'America settentrionale. Il ciclo lunare era analizzato, memorizzato e utilizzato per scopi pratici che non possono che riferirsi al ciclo vegetale. Nell'arte paleolitica non sono numerosi i segni interpretati come piante, ma Marshack ha comunque individuato una capacità significativa dei paleolitici di osservare e disegnare con precisione le fasi della vita vegetale(21).
Un'altro indizio dell'importanza che i paleolitici attribuivano alla donna per la raccolta dei vegetali è costituito dalla famosa Dea Madre con cornucopia, da Laussel (Dordogna), risalente a un periodo che va all'incirca dal 25000 al 20000 a.C. Nella mitologia la cornucopia aveva un significato di prosperità. Era rappresentata come un corno di capra riempito di frutti e coronato di erbe e fiori. La Terra Madre Gea era raffigurata sotto l'aspetto di una matrona con una cornucopia colma di frutti.
Perché la cornucopia è il simbolo della prosperità? Dato che è un attributo iconografico della Dea Madre è probabile che fosse connessa coi culti agrari. L'ipotesi più semplice, e forse più realistica, che si può avanzare è che in età paleolitica il corno fosse impiegato dalle donne per dissotterrare le radici, e che sia diventato il simbolo della prosperità perché anticamente era un attrezzo agricolo. Appuntito da una parte e adatto alla presa dall'altra, sembra che il corno sia un appropriato attrezzo per scavare; di impiego più agevole delle asce manuali di selce che erano probabilmente usate nel paleolitico inferiore per estrarre le radici. L'ascia manuale non compare più nel paleolitico superiore e in quasi tutte le varietà di quello medio, forse perché era stata sostituita dal corno. L'impiego del corno nel paleolitico medio troverebbe conferma dalla scoperta di una sepoltura musteriana a Teshik-Tash (Uzbekistan) di un fanciullo neanderthaliano, la cui tomba era circondata da corna di stambecco (capra selvatica) con le parti annesse dell'osso frontale(22). Potrà sembrare azzardato, eppure qui si pone una domanda. Nei riti anellenici dei misteri eleusini (di carattere agrario) il sacrificio di un ariete crea il nesso col mondo dei morti, e la testa d'ariete era una decorazione di significato funebre(23). È possibile che tale usanza si colleghi in qualche modo con le corna di capra impiegate come corredo funebre a Teshik-Tash?
Comunque sia, il significato ambivalente (di vita e di morte) delle coma (di ariete, di capra e probabilmente di toro) è inserito nel culto della fecondità. Alla capra Amaltea si spezzò un corno che diventò la cornucopia dell'abbondanza (simbolo della vita). A sua volta l'abbondanza è dono dei morti, i quali sono commemorati col sacrificio di un ariete: a Eleusi l'ariete era la vittima dedicata a Persefone. Si può comprendere questo simbolismo solo se si ammette che il corno era un attrezzo agricolo, sicché nell'atto di dissotterrare le radici la donna si poneva in un particolare contatto col mondo dei morti, essendo i vegetali germinati dal corpo di divinità uccise nei tempi mitici primordiali. Ma questo è argomento del prossimo capitolo.

Il matriarcato dei protomediterranei
Diversi autori sostengono che la società cretese aveva un carattere matriarcale. Alcuni suppongono che il seggio in pietra situato nella sala del trono di Cnosso non fosse di Minosse, ma di Arianna, usato nel rituale della regina come rappresentante della dea. Ma questo non significa che Creta sia stata governata da regine(24). Anche alcune zone dell'Anatolia hanno conservato costumi chiaramente matriarcali: fino all'epoca classica si attribuiva ai figli il nome della madre. Però la dimostrazione che la civiltà egeoanatolica, e con essa quella protomediterranea, era di cultura matriarcale è possibile ottenerla solo con l'analisi etnologica.
Secondo gli etnologi il ciclo culturale del matriarcato ha le seguenti caratteristiche. 1) Una diffusa manifestazione di animismo. 2) La presenza di società segrete maschili per contrastare il potere delle donne. 3) Lo sviluppo delle arti. 4) La mitologia lunare. 5) I riti magici mediante balli mascherati. 6) I riti magici mediante sacrifici cruenti di animali e di uomini, tra cui la caccia alle teste. 7) Il culto della fecondità, la quale era lo scopo dei riti magici; anche il culto degli antenati era giustificato da un loro ruolo nella fecondità. 8) Le divinità dema. La presenza di tutte queste caratteristiche afferma con sicurezza la natura matriarcale della cultura protomediterranea.
1) L'animismo. In ogni società primitiva legata ai frutti della terra si è sviluppata una religione di tipo naturalistico (non teologico) e sensitivo (non razionale) in cui il divino è insito con propria autonomia in ogni fenomeno della natura, essendo tutte le cose governate da una "anima ". Esempi di credenze animistiche sono le ninfe e i dema. Nonostante che nella mitologia abbiano delle vicende personali simili a quelle di ogni dio o eroe, non è del tutto offuscata la loro essenza animistica. Le ninfe sono divinità secondarie anelleniche che rappresentano le forze elementari della natura. Hanno vari nomi secondo i fenomeni cui sono assegnate. Abitano nei mari, nelle acque interne (fiumi, laghi, fonti), nei fiumi infernali, nei campi, nei boschi, negli alberi e nelle valli. Una forma particolare di animismo è costituita dalle divinità dema. La credenza è che dal corpo dei dema uccisi siano spuntate per la prima volta i vegetali alimentari coltivati dal popolo, per cui i vegetali si confondono coi dema che li hanno generati. Acquistano così un significato cultuale le scene di offerte di fiori, le danze sui prati fioriti e le ricorrenti decorazioni floreali dell'arte minoica.
2) Le società segrete. Sembra che nei tempi arcaici fosse accentuata la separazione dei sessi. A certi riti poteva partecipare solo uno dei sessi. Alle feste notturne dionisiache prendevano parte esclusivamente le donne. Pure antichissime sono le leghe segrete maschili, che secondo alcuni avevano lo scopo di incutere terrore alle donne. Le stesse prove iniziatiche, cui venivano sottoposti i giovani più volte fino all'età matura, si svolgevano in segregazione dei sessi.
3) Le arti. Non è necessario spendere molte parole per sottolineare l'importanza che aveva l'arte figurativa presso i protomediterranei. Le più antiche manifestazioni dell'arte sono state trovate, salvo il caso eccezionale delle statuette femminili della Siberia, esclusivamente in Europa. Soltanto in età postglaciale essa si è largamente diffusa fuori d'Europa, a cominciare dalle regioni dove si diressero le migrazioni dei protomediterranei (Nordafrica e Vicino Oriente). Certamente l'arte delle civiltà superiori del Vicino Oriente non è indipendente da quella mesolitica e neolitica dei protomediterranei. A proposito del significato dell'arte parietale Desmond Collins osserva che "abbastanza stranamente, nessuno ha mai considerato se l'arte sia in qualche senso narrativa. Dopo tutto la maggior parte dell'arte medioevale raccontava una storia, generalmente biblica, e era destinata a favorire l'istruzione; una buona parte dell'arte antica è nello stesso modo di carattere narrativo. Le rappresentazioni preistoriche potrebbero anch'esse rappresentare una storia o un mito"(25). È probabile cioè che i protomediterranei si servissero della funzione narrativa dell'arte per commemorare le divinità, analogamente a come si servivano degli altri mezzi di commemorazione: i racconti, le azioni rituali, le sacre rappresentazioni o drammi cultuali dei misteri. Da qui ha avuto origine il dramma greco. Nei drammi cultuali si impiegavano le maschere delle società segrete. Anche la musica era coltivata dai protomediterranei per motivi di culto (vèdi oltre).
4) La mitologia lunare. Ancora oggi le pratiche agricole (benché erroneamente) sono regolate sul ciclo lunare. Il ciclo vegetale era assimilato a quello lunare. Nelle mutevoli fasi della luna si leggevano le fasi successive dell'esistenza: la nascita e la morte. Le deificazioni della luna sono proprie delle società coltivatrici. Si conoscono i nomi delle dee lunari dei popoli che possedevano la scrittura: Astarte, Artemide, Diana, Iside ecc., ma si può ritenere che siano stati i protomediterranei a iniziare il culto lunare, dato che hanno inventato l'agricoltura e che già nel paleolitico conoscevano il calendario lunare.
5) I riti magici mediante balli mascherati. La fertilità era la maggior preoccupazione dei protomediterranei, tanto .che nei misteri eleusini si emetteva il grido "piovi, concepisci" guardando prima il cielo e poi la terra. I popoli coltivatori si proponevano di accrescere la fertilità del suolo con delle danze di uomini mascherati. I numerosi graffiti e dipinti di satiri, a cominciare dal celebre uomo-bisonte che danza rinvenuto nella grotta dei Trois Frères, suggeriscono una danza magica. Analogamente in un sigillo di Gawra (Mesopotamia settentrionale) una figura umana che porta una maschera provvista di corna forse rappresenta un "mago della pioggia"(26). Si potrebbe obiettare che i paleolitici francocantabrici, essendo cacciatori, dovevano avere riti magici rivolti verso la caccia, e quindi che dovrebbe essere interpretato in questo senso l'uomo-bisonte di Trois Frères. Tuttavia anche il cacciatore deve invocare la pioggia, perché anche gli animali si nutrono di vegetali, a parte quelli carnivori, che però da soli non potrebbero esistere, e comunque i cacciatori preferiscono gli erbivori. I balli con maschere di animali in etnologia sono attestati spesso come riti di fecondità, per esempio il satiro danzante Pan è il dio della fecondità. Quelli con maschere di bovini dovrebbero essere propizia tori della pioggia. Forse un uomo travestendosi da bovino immaginava di agire magicamente sulle nuvole, dato che il toro era considerato, per il suo muggito, come la manifestazione del dio della tempesta.
6) I riti magici mediante sacrifici cruenti. Essendo nelle società agricole usata la forza vitale del sangue per incantesimi di fertilità del suolo, ne derivano sacrifici cruenti, tra i quali la caccia alle teste(27). Nei miti greci, il sangue degli dei se cade al suolo è quasi sempre fertile. Nel Mediterraneo l'animale sacrificale per eccellenza era il toro, ma si sacrificavano anche altri animali e, nei tempi remoti, uomini. Platone nel "Minosse" (305 c) ricorda l'esecuzione di sacrifici umani in Arcadia come un fatto certo, e si ritiene che in alcuni miti e riti anellenici ne sia contenuta la memoria(28). Diversi reperti archeologici attestano morti violente, probabilmente di carattere magico. In certi siti del paleolitico superiore e del mesolitico (Arcy-sur-Cure, Placard, Ofnet ecc.) sono presenti sepolture di crani che rimandano alla caccia alle teste o a pratiche affini. A Ofnet (Baviera) sono stati rinvenuti 27 crani fracassati per cui la morte è dovuta probabilmente a uccisioni rituali; risalgono a circa 13000 anni fa. Nelle sepolture natufiane (Palestina) sono stati rinvenuti diversi teschi sepolti senza il corpo(29). Nella grotta di Franchthi (Grecia) è stato riesumato lo scheletro di un uomo sepolto durante il mesolitico. La sua morte sembra essere stata provocata da violenti colpi sulla fronte(30) Nel riparo di Cingle de la Mola Remigia (Spagna) è dipinta una scena di un essere col corpo di uomo, la testa di toro e la coda, che è trafitto da frecce. Si pensa che si tratti di una scena a carattere magico(31). Nella grotta dell'Addaura (Sicilia) si trova il graffito di alcuni personaggi, che sembrano mascherati, in atteggiamento di danza di fronte a due figure centrali. Queste ultime appaiono subire lo strangolamento per mezzo di una corda tesa tra il collo e i piedi lungo la schiena, essendo le gambe forzatamente piegate indietro. È probabilmente la scena di uno strangolamento rituale volto a ottenere la fertilità(32). Esiste infatti nella mentalità primitiva un nesso tra la morte e la fecondazione. Forse sono il retaggio di simili credenze quei miti cretesi in cui l'impiccagione ha un significato di fertilità.
7) Il culto della fecondità. Tutti gli argomenti dei punti precedenti si armonizzano nel culto della Dea Madre, che assomma in sé il culto della fecondità e quello dei morti(33). Il nesso tra fecondità e morte è insito nella psicologia femminile, assorta nella cura dei bambini e nella memoria dei defunti, come dimostra la frequentazione dei cimiteri in prevalenza femminile. Le società matriarcali hanno elaborato il concetto della morte che genera la vita. Il numero nove, che ricorre di continuo nei riti iniziatici e in quelli funebri, deve la sua sacralità al numero dei mesi di gestazione. Eliade scrive: "I morti e le potenze dell'oltretomba governano la fertilità e le ricchezze e ne sono dispensatrici. Dai morti, è scritto in un trattato ippocratico, ci vengono nutrimento, crescita e germe"(34). Per questo motivo nell'Egeo, nell'Anatolia e a Malta, le statuette della Dea Madre sono state trovate per la maggior parte nelle tombe. Anche sulle pareti dei dolmen e dei menhir d'Europa si trovano contemporaneamente simboli della vita, come il serpente, associati al culto dei morti, cioè a figure di antenati, perché di fatto i megaliti sono costruiti nelle zone più adatte all'agricoltura neolitica, sicché la fede megalitica è la religione della Dea Madre(35). Si può spiegare concretamente l'origine del concetto della morte generatrice di vita? Essendo proprio delle società coltivatrici, è possibile che si sia constatato il potere concimante degli organismi morti, ché sopra un corpo inumato le piante crescono più rigogliose. Nella festa delle Adonie le donne piangono sulle effigi di un morto e portano sopra i tetti dei vasi dove sono state seminate erbe di rapida crescita, quindi in sostanza si tratta di un culto di fertilità(36). O forse è stata la raccolta delle piante che ha indotto la donna a ritenere che la nascita esiga una morte, perché il germogliare di una nuova pianta sembra esigere la morte del seme. Oppure, dato che è proprio delle società matriarcali, è possibile che l'esperienza dei casi di morte per parto abbia dato luogo a un concetto generale. Probabilmente anche la morte per parto era oggetto di riti di morte e rinascita, perché secondo alcune leggende Arianna mori di parto(37), Dal punto di vista del culto della Terra Madre la questione è più semplice: come infatti la terra tutto esprime dal suo seno (culto della fecondità), così esige che tutto nel suo seno ritorni (culto dei morti), e così il ciclo continua. In effetti non esistono differenze tipologiche essenziali tra Dea Madre e Terra Madre.
Il culto della fecondità è stato adottato dai cacciatori paleolitici, come dimostra la presenza di statuette della Dea Madre nei loro siti. I cacciatori primitivi temevano di distruggere un bene insostituibile, non rigenerabile. Alla necessità di cacciare per vivere si contrappone il timore di distruggere la selvaggina. Il culto della fecondità liberava i cacciatori di questa paura. Nelle società in cui la donna si impadronì del segreto della riproduzione vegetale, assumendo un potere magico sulle piante in generale e quindi sulla fonte di alimentazione degli animali, si ampliò il culto della fertilità da quella vegetale a quella universale, del cui mistero era depositaria la donna sia come madre sia come dispensatrice del cibo.
Sarebbe così avvenuta la seguente evoluzione. Il culto della fertilità, nato dalla vegetocoltura femminile, è stato adottato dai cacciatori paleolitici e ideato in quello della Dea Madre. Poi, quando i popoli indoeuropei e camitosemiti appresero dai protomediterranei l'agricoltura e i suoi culti, dalla Dea Madre furono derivate le dee autentiche fatte dalle società storiche in Mesopotamia, Siria, Grecia ecc. Per esempio la dea Cibele riproduce la Dea Madre di Çatal Hüyük(38), e le dee minoiche, che sono servite da modello per quelle greche, sono eredi della Dea Madre preistorica(39).
8) Le divinità dema. Nei coltivatori primitivi il concetto di morte creatrice di vita ha dato luogo a divinità particolari che gli etnologi indicano col nome di dema, nome ricavato dal linguaggio dei Marind della Nuova Guinea. Come esempio di dema di solito si propone un mito dell'isola di Ceram (Molucche), in cui dal corpo fatto a pezzi e interrato di Hainuwele, una fanciulla divina, nascono piante fino allora ignote e innanzitutto i tuberi eduli. È una uccisione primordiale di importanza determinante per la vita. Secondo Eliade nella cultura dei paleocoltori "tutte le attività responsabili (cerimonie di pubertà, sacrifici di animali o sacrifici umani, cannibalismo, cerimonie funerarie ecc.) costituiscono propriamente una rievocazione dell'uccisione primordiale"(40) Di recente la Chirassi ha identificato alcuni complessi mitico-rituali di tipo Hainuwele nei miti greci di origine anellenica. Essi contengono tracce significative del sacrificio umano inteso come ripetizione attuale del mitico atto di uccisione dell'essere divino, che ricompare più volte in feste e riti agrari(41). Secondo la Chirassi riportano "alla lontana età precerealicola soprattutto i riti di morte e metamorfosi vegetale che, conservati nella tradizione letteraria, spesso rivelano il loro intrinseco valore religioso per le conferme sul piano cultuale e rituale. Dal sangue di Narkissos suicida o misteriosamente ucciso nasce il fiore famoso che porta il suo nome. Dal corpo di Hyakinthos ha origine il fiore purpureo del giacinto. Dal sangue di Aiax spunta il meraviglioso fiore che gli abitanti di Salamina indicano a Pausania. come espressione del morto eroe. Esempi di metamorfosi sono per così dire inesauribili nella tradizione greca. Ogni ortaggio, ogni frutto, ogni fiore ha quasi sempre un suo mito spesso solo letterario ma altre volte confermato dal culto che attesta il riflesso del mito prototipico di morte e rinascita vegetale dei dema dei popoli piantatori"(42).
Alla fine di questi otto punti si può affermare che i paleocoltori protomediterranei avevano tutte le caratteristiche della cultura matriarcale. Se poi presso altri popoli (i greci, i romani o i sumeri) si trovano accenni di usanze matriarcali, è da ritenere che siano state derivate dai protomediterranei.

Gli dèi della vegetazione
Presso i protomediterranei l'idea della morte non era disgiunta da quella della divinità, come si è visto nel caso dei dema. Anzi il culto della Dea Madre esigeva il sacrificio di una divinità maschile della vegetazione, la quale poi rinasceva esprimendo il perpetuarsi del ciclo vegetale, secondo il mitico ciclo vita-morte-rinascita simboleggiato dalle fasi lunari. Diversamente presso i popoli nomadi pastori dell'antichità (semiti, greci ecc.) vigeva il principio dell'immortalità divina. Si può immaginare così la contrapposizione di mentalità che si verificò quando i nomadi pastori vennero in contatto con la civiltà protomediterranea. I popoli patriarcali assimilarono le grandi conquiste della civiltà, ma impressero alle credenze religiose connesse all'agricoltura alcuni adattamenti alla loro mentalità. La vicenda della morte e della rinascita del dio protomediterraneo è stata trasformata in una scomparsa e ricomparsa di un dio della vegetazione, per cercare di non contraddire il dogma dell'immortalità divina. Cioè gli dei della vegetazione si eclissano nella stagione invernale per ricomparire al germogliare delle piante. Questi dei assumono vari nomi presso i diversi popoli: Dumuzi, Tamuz, Telepinus, Dioniso ecc. Questo adattamento alla mentalità patriarcale è evidente nel caso di Dionisio. Nei misteri anellenici dionisiaci il dio subiva una morte violenta e poi rinasceva(43). Invece dopo che fu introdotto "tardivamente" nella mitologia greca, si narra delle sue scomparse e apparizioni periodiche(44). Nei miti spesso viene narrata una resistenza al culto di Dioniso. Alcuni interpreti sono del parere che riflettano una vera resistenza storica che spiegherebbe l'introduzione tardiva del suo culto(45). Sembra di scorgere in questo l'opposizione del patriarcato indoeuropeo ai culti del matriarcato protomediterraneo.
La conclusione che ne deriva è che i culti agrari delle dee della fertilità e degli dei della vegetazione, adottati in epoca storica dai camitosemiti e dagli indoeuropei, hanno avuto origine dai culti preistorici protomediterranei. Tra tutti i popoli solo i pastori nomadi fedeli a Jahweh conservarono la primordiale fede monoteistica(46). I profeti d'Israele denunciarono come massima forma di idolatria la credenza che il divino si confonda coi ritmi della natura. Interi settori del mondo naturale, i "luoghi alti", le pietre, le fonti, gli alberi, certi raccolti e determinati fiori, sono stati denunciati dai profeti come impuri perché contaminati dal culto della fertilità(47).

Il racconto biblico della civiltà cainita(48)
1 Ora l'uomo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì, poi partorì Caino, dicendo: "Ho formato un uomo con (il favore di) Jahweh".
2 Quindi aggiunse al nato un fratello, Abele. Abele divenne pastore di greggi e Caino coltivatore del suolo.
3 Ed avvenne, dopo un certo tempo, che Caino offrì dei frutti del suolo, in sacrificio a Jahweh;
4 e Abele offrì, lui pure, dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. E Jahweh riguardò Abele e la sua offerta.
5 ma non riguardò Caino e l'offerta "di lui. Perciò Caino ne fu molto irritato e il viso fu abbattuto.
6 Jahweh disse allora a Caino: "Perché ti sei acceso d'ira e perché è abbattuto il tuo volto?

7 Non è forse vero che se agisci bene (c'è) elevazione, mentre se non agisci bene, è alla porta il Maligno, come un Robes; Esso si sforza di conquistare te, ma sei tu che lo devi dominare?".
8 Ma Caino ebbe da dire con suo fratello Abele. E com'essi furono nei campi, Caino insorse contro suo fratello Abete e lo uccise.
9 Disse Jahweh a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". E quegli rispose: Non lo so. Son forse io custode di mio fratello?".
10 Riprese Egli: "Che hai tu fatto? Sento il fiotto di sangue di tuo fratello che grida a me dal suolo!
11 Ed ora tu sei maledetto da Hadamah che per mano tua ha spalancato. la bocca a ricevere il fiotto di sangue di tuo fratello.
12 Quando lavorerai il suolo esso non ti darà più il tuo provento; errante e vagabondo sarai per la terra".
13 Disse Caino a Jahweh: "È troppo grande la mia colpa da non meritare perdono!
14 Ecco tu mi scacci oggi dalla faccia di questo suolo, e lungi dalla tua presenza io mi dovrò nascondere; io sarò ramingo e fuggiasco per la terra, per cui avverrà che chiunque mi troverà m'ucciderà".
15 Ma Jahweh gli disse: "Non così! Chiunque ucciderà Caino sarà punito sette tanti!". E Jahweh pose su di Caino un segno, cosicché chiunque l'avrebbe incontrato non l'avrebbe ucciso!
16 E Caino partì dalla presenza di Jahweh ed abitò nel paese di Nod, di fronte Eden
. 17 Ma Caino conobbe sua moglie che concepì e partorì Enoch. Poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio suo.
18 E a Enoch nacque lrad; e a lrad fu generato Maviael e Maviael generò Matusael e Matusael generò Lamec. 19 Lamec poi si prese due mogli una di nome Ada e l'altra di nome Sella.
20 Ada partorì Yabel, egli fu il padre di tutti quelli che abitano sotto le tende, presso il bestiame.
21 Il nome del suo fratello fu Yubal: questi fu il padre di tutti i suonatori di lira e flauto.
22 Sella inoltre partorì, pur essa, Tubal Qayin istruttore di ogni aguzzatore del rame e del ferro. Sorella di Tubal Qayin fu Noema.
23 E Lamec disse alle sue mogli: " Ada e Sella, udite la mia voce
;mogli di Lamec, ascoltate il mio dire: Ho ucciso un uomo per una mia ferita ed un giovane per una mia ammaccatura:
24 Caino sarà vendicato sette volte,Ma Lamec settanta sette ".


Le apparenti incongruenze che si notano nel testo biblico si dissolvono collocando il racconto nel suo ambiente culturale preistorico. Nel v. 14 Caino mostra di temere la vendetta del sangue, non è dunque rimasto solo. In quello 17 compare sua moglie, poi Caino costruisce una città per il figlio Enoch. Da ciò risulta che l'autore sacro ha contrapposto in Caino e Abele gli eroi di due culture, quella dei paleocoltori e quella del nomadi pastori. Nel contesto anche i vv. 20-22 hanno un significato culturale, perché i loro protagonisti sono definiti emblematicamente come fonda tori di alcune arti e mestieri.
Nessuna difficoltà deriva dalla brevità delle genealogie. Gli esegeti hanno osservato che le genealogie bibliche saltano anelli intermedi per congiungere tra loro un avo col nipote o pronipote. Spesso è detto "figlio" intendendo "discendente ", e "generare" equivale a "avere la propria posterità"(49). Le genealogie consentono dunque l'accordo con la preistoria.
L'ambientazione preistorica elimina delle contraddizioni apparentemente inesplicabili. Caino non subisce la legge del taglione, bensì viene protetto (v. 15), conformemente all'usanza delle culture più primitive in cui non è applicata la vendetta, ma i colpevoli vengono allontanati dalla comunità. Inoltre il Caino vagabondo dei vv. 12-14 non è in contraddizione con quello sedentario del v. 17, perché nell'antichità i coltivatori dovevano spostarsi continuamente per dissodare nuove terre, dato che non conoscevano la rotazione delle colture o le tecniche di concimazione dei terreni. Ma è stata la coltivazione che ha assicurato la continuità di rifornimento del cibo in una zona relativarnente ristretta, permettendo la fondazione dei primi villaggi.

Il matriarcato cainita
Secondo gli esegeti il racconto della civiltà cainita è colorito con caratteri fratriarcali e matriarcali(50). Come si addice a una cultura matriarcale, sono le madri che impongono il nome ai figli. Eva dà il nome a Caino, e nei vv. 20-22 i figli sono censiti sotto il nome della madre. Nell'annuncio della nascita di Caino (v. 1) compaiono come protagonisti Eva e Jahweh, mentre l'uomo (Adamo, ma non è citato col suo nome proprio) è messo in secondo piano, non appare alcuna importanza del maschio sul piano sociale e religioso. Altri accenni alla cultura matriarcale derivano dall'importanza che hanno le donne nella genealogia cainita, cosa che non si ripete nei documenti posteriori biblici. Lamec si vanta della sua spietata violenza (vv. 23-24) rivolgendosi alle due mogli, che nel contesto hanno un ruolo preminente.
Anche il fratriarcato è ben delineato. Tra Caino e Abele si svolge una disputa tra due fratelli, in cui il padre, Adamo, che secondo una legge patriarcale dovrebbe essere il responsabile, non interviene. Un costume fratriarcale è quello di nominare ogni nuovo figlio in rapporto non al padre, ma al fratello maggiore considerato come capo (fratriarca). Nel v. 1 è Caino che compare senz'altro come capo, dato che Abele gli è stato aggiunto (v. 2). Nel v. 21 Yubal è nominato in quanto fratello di Yabel, e nel v. 22 Noema in quanto sorella di Tubal-Qayin. Tutto il quarto capitolo del libro della Genesi ha dunque caratteri matriarcali e fratriarcali. Perciò i cainiti non possono esser cercati tra i popoli indoeuropei e camitosemiti, che furono dei nomadi pastori di ordinamento patriarcale. Erano invece i paleocoltori protomediterranei che possedevano un ordinamento sociale e religioso matriarcale, in cui gli uomini per opporsi al potere delle donne erano organizzati in società segrete (uso consono al fratriarcato).

I sacrifici rituali cainiti
L'offerta delle primizie è il genere di sacrificio più arcaico(51), mentre posteriore è l'introduzione dei sacrifici umani(52). Ciò è conforme al racconto biblico in cui alle offerte primiziali dei frutti del suolo e dei primogeniti degli animali (vv. 3-4), succedono i sacrifici umani, rappresentati dall'uccisione di Abele (v. 8). L'omicidio viene descritto come un rito magico cruento dei paleocoltori. Infatti è avvenuto "nei campi" (v. 8), cioè sul suolo coltivabile; e il suolo (Hadamah) "ha spalancato la bocca per ricevere il fiotto di sangue" (v. 11). È plausibile che il racconto sia stato ispirato dall'impiego del sangue nei riti magici di fertilità per l' accrescimento del raccolto. Secondo gli esegeti nei vv. 10-11 la parola "sangue" è insolitamente usata nella forma plurale, alla lettera: i sangui(53), facendo pensare a una pluralità di omicidi rituali. Infatti Caino e Abele non sono personaggi storici, ma gli eroi di due culture, e l'omicidio non è da intendersi come il primo della storia, ma come il nascere di una nuova credenza religiosa fondata sui sacrifici rituali. Che il delitto sia un rito magico è deducibile anche dalla maledizione di Jahweh che rende sterile la terra profanata dal sangue innocente (vv. 11-12). La maledizione divina induce a credere che fosse proprio il contrario, cioè la fertilità del suolo, lo scopo che si prefiggeva Caino.
L'interpretazione di sacrificio rituale della cultura matriarcale è convalidata da un accenno alla magia e all'animismo che gli esegeti vi intravvedono. Il vocabolo "Robes" (v. 7) è collegato probabilmente al demonio assirobabilonese di carattere magico Rabisu, mentre legato con l'animismo è il v. 11, dove il vocabolo "Hadamah" è impiegato col significato di "regno della morte". La fuga di Caino dopo il delitto e la sua paura di subire la vendetta è parimenti spiegabile dal rituale dei sacrifici. In quelli del toro detti "Bufanie " il sacerdote che inferisce il fendente mortale alla vittima, fugge gettando via l'arma subito dopo l'atto, lasciando agli altri sacerdoti il compito di proseguire il rito.
Il segno posto su Caino come protezione divina dalla vendetta (v. 15) è stato interpretato come un tatuaggio o una pittura impressa, due usanze certamente arcaiche. Alcuni pensano che l'arte paleolitica sia stata preceduta dalla pittura del corpo(55) Una testimonianza archeologica relativamente antica potrebbero essere le cosiddette pintaderas, arnesi in terracotta con una faccia appiattita portante motivi ornamentali incisi e con una protuberanza posteriore che serve come presa. Si pensa che fossero servite come stampi per la pittura del corpo. La loro area di diffusione preistorica e protostorica riguarda l'Anatolia, l'Egeo, l'Italia e l'Europa centrale.

I villaggi dei coltivatori primitivi
Nella genealogia narrativa dei cainiti (vv. 17-24) viene rappresentato lo sviluppo della prima civiltà umana: la costruzione delle città e l'invenzione delle arti e dei mestieri. Uno sviluppo che naturalmente ha richiesto il trascorrere di millenni. Non si deve pensare che Caino, appena scoperta la vegetocoltura, costruisca la città. Essendo un eroe culturale, a Caino vengono attribuite imprese perseguite da molte generazioni. Né è necessario pensare a una città in muratura. Il vocabolo ebraico usato nel v. 17 per indicare la città, è usato anche in Num. 13, 19 col significato di accampamento di tende(56). Un confronto più appropriato sembrerebbe quello offerto dal parallelo racconto cananeo di Ipsuranio (eroe corrispondente a Caino), il quale fondò la città di Tiro costruendo capanne di canne, giunchi e papiri intrecciati(57). Per ciò la prima città biblica non deve essere stata diversa da un villaggio primitivo, simile a quelli africani di capanne.
L'archeologia ha dimostrato che la costruzione di ripari artificiali inizia in tempi molto remoti. Risale addirittura al paleolitico inferiore la costruzione di una capanna nell'imboccatura di una grotta in località Terra Amata presso Nizza. In varie zone d'Europa sono state scoperte le tracce di insediamenti umani all'aperto del paleolitico superiore. Perfino aree come la Dordogna occidentale, in cui le grotte sono abbondanti, hanno avuto numerosi siti in luoghi aperti durante l'ultima glaciazione(58). Alcuni graffiti trovati nelle grotte potrebbero essere raffigurazioni di capanne. L'impulso a non usufruire delle grotte, ma di costruire abitazioni artificiali, è nato dalla necessità di abitare nelle zone più produttive. Tuttavia i villaggi più antichi sono quelli scoperti nel Vicino Oriente. Secondo Cambel e Braidwood gli abitanti dei villaggi natufiani (X millennio a.C. della Palestina) "vivevano a un livello di raccolta intensiva di piante selvatiche commestibili". Un tipico villaggio di questo tipo è Mallaha. I due autori esprimono l'opinione che "tali comunità possono essere considerate inizialmente produttrici di alimenti, nel senso che i loro abitanti andavano indubbiamente già lavorando in una certa misura tanto le piante quanto gli animali"(59). È quindi assodato che l'urbanesimo sia nato presso i protomediterranei.

Gli accampamenti dei cacciatori
Secondo il v. 20 tra i cainiti vi erano anche comunità che non vivevano in villaggi agricoli, ma "sotto le tende, presso il bestiame". Sembrerebbe che l'autore sacro voglia riferirsi alla pratica dei cacciatori di seguire gli spostamenti stagionali degli animali, e di piantare i bivacchi dove i branchi transitano durante le migrazioni dai pascoli invernali a quelli estivi. L'esistenza in Europa di un ritmo stagionale durante l'ultima glaciazione, accompagnato dalla migrazione di alcuni animali, può aver comportato movimenti simili di gruppi di cacciatori. Un'altra possibilità è che il v. 20 si riferisca a dei villaggi di cacciatori analoghi a quello di Suberde, recentemente scoperto in Turchia, i cui abitanti ancora nel 6500 a.C. si nutrivano soprattutto uccidendo una gran quantità di pecore e di bestiame selvatico(60), mentre in altri villaggi del Vicino Oriente si sfruttavano i cereali già da molto tempo.

L'antichità degli strumenti musicali
L'uso degli strumenti musicali era eminentemente connesso al culto. L'effetto che la musica ha sull'animo umano, e soprattutto il fatto che gli strumenti musicali primitivi erano ottenuti da ossi o da altra materia del corpo umano o degli animali, impressionava i primitivi. Soffiando in una tibia umana, o battendo con un femore un tamburo di pelle di animale, sembrava dare voce e far rivivere le membra morte. È una suggestione che si presta ai riti magici in cui si crede che la fertilità derivi dai morti. Infatti il dio della fecondità Pan si accompagnava nella danza con uno strumento musicale. Esistono reperti antichissimi di strumenti musicali. Nel paleolitico superiore e nel mesolitico troviamo l'uso di fischietti ricavati da ossi del piede. Flauti di ossi di grossi uccelli, di pipistrelli e di lupi, muniti di vari fori, sono stati raccolti nei luoghi del paleolitico superiore della Francia. Il più celebre è quello di Isturitz (Bassi Pirenei). La caverna paleolitica del Placard (Angoulème) ha restituito un complesso flauto a quattro elementi, considerato una specie di siringa(61), Nel Vicino Oriente sono stati trovati zufoli in osso nel periodo Ubaid di Gawra(62), Invece non sono stati recuperati strumenti musicali a corda altrettanto antichi, certamente perché erano costruiti con materiale organico più facilmente deperibile degli ossi. Però sembra indiscussa l'idea di una anteriorità dell'arco musicale rispetto allo strumento omicida(63). L'arco da caccia era impiegato nel mesolitico spagnolo, come risulta dalle scene di caccia dell'arte rupestre. Forse era impiegato anche nel paleolitico francese, perché ci sono a volte simboli a forma di freccia accanto agli animali raffigurati nelle grotte, ma potrebbe trattarsi di lance. Una testimonianza diretta di uno strumento musicale a corda dovrebbe essere il graffito di un uomo-bisonte che sembra stia suonando un arco musicale (grotta dei Trois Frères). In nessun'altra parte del mondo sono stati trovati strumenti musicali a fiato e a corda tanto antichi quanto quelli trovati dove è fiorita la civiltà protomediterranea. È perciò individuata un'altra coincidenza tra i protomediterranei e i cainiti, i quali, secondo il v. 21, hanno inventato gli strumenti musicali.

Il primo impiego dei metalli
Non tutti gli esegeti concordano sulla menzione dei metalli nel v. 22. A. Bea propone di eliminare i vocaboli "rame" e "ferro" e così traduce il versetto: "E anche Sella partorì Tubal-Qayin che polì (accuminò) ogni (strumento) per incidere ". Oppure con una leggera correzione dei vocaboli ebraici traduce: "polì gli strumenti per incidere"(64). Scomparso in tal modo il richiamo ai metalli, gli strumenti per incidere possono benissimo essere stati composti di selce. Allora il versetto richiamerebbe l'invenzione della tecnica neolitica di levigazione e molatura che porta alla produzione di scuri, asce e scalpelli con bordi taglienti assai più robusti di quelli che si ottengono mediante scheggiatura.
Nel caso invece che la menzione del metallo sia corretta, non sembra che il v. 22 si riferisca alla metallurgia vera e propria, perché parla di "aguzzatore", il che fa pensare alla lavorazione per martellamento a freddo del metallo nativo per renderlo più duro, mentre la metallurgia richiede lavorazioni come la fusione, la tecnica delle leghe e la colata. Prima che l'uomo imparasse a estrarre il rame dai suoi minerali con l'uso del fuoco, lo trovava sotto forma di rame nativo, e lo lavorava martellandolo a freddo. A Çayonü Tepesi (Turchia) sono stati trovati alcuni oggetti di rame nativo, risalenti a prima del 7000 a.C., uno dei quali è sicuramente stato sagomato col martello, ma gli esperti non sanno specificare se a freddo o a caldo(65).
Per quanto riguarda la mezione del ferro, alcuni esegeti non la ritengono corretta, per cui propongono di eliminarne il vocabolo dal v. 22 (66). Comunque anche il primo ferro conosciuto, quello meteorico, è stato lavorato inizialmente per semplice martellamento. Fin dall'epoca predinastica gli egizi lo impiegavano per fabbricare oggetti artistici. Si sa che era noto anche ai sumeri. In seguito si è sviluppata la metallurgia. L'estrazione dei minerali e la loro lavorazione era avvolta nel culto della Terra Madre. I minerali erano pensati come frutti della terra, che crescevano nel suo seno, nelle miniere(67). Il culto della Terra Madre praticato dai primi fabbri rende probabile l'ipotesi che la metallurgia sia stata iniziata da un popolo matriarcale, e quindi protomediterraneo. Un antichissimo esempio di metallurgia vera e propria consiste nelle perline di piombo ottenute quasi certamente per fusione, risalenti al 6500 a.C., trovate a Çatal Hüyük(68).

L'invasione degli atlantidi
Platone ha narrato, nei libri "Timeo" e "Crizia", del popolo degli atlantidi che abitava su delle isole nell'oceano. La potenza di quel popolo era tale che estese il dominio prima sull'occidente europeo e nordafricano, e poi invase l'oriente mediterraneo. In seguito, a causa di straordinarie inondazioni e terremoti che investirono l'oriente e l'occidente, la patria degli atlantidi sarebbe sprofondata sotto la superficie del mare. È opinione affermata che Platone abbia attribuito agli atlantidi dei costumi simili a quelli minoici(69). D'altronde la civiltà minoica faceva parte della più ampia civiltà protomediterranea, per cui è interessante esaminare se la leggenda degli atlantidi riguarda i protomediterranei in generale. In effetti le analogie sono numerose e calzanti, come si vede dai seguenti punti.
1) Gli atlantidi dominavano l'Europa fino alla Tirrenia (Etruria) e il Nordafrica fino all'Egitto (Timeo 25 b, Crizia 114 c). Le suddette aree sono per l'appunto le sedi più antiche dell'arte parietale protomediterranea. Nel paleolitico finale, su ambedue i lati del Mediterraneo occidentale, vi sono delle culture con affinità tali di far pensare a contatti attraverso i trasporti via mare(70).
2) Gli atlantidi invasero l'oriente mediterraneo 9000 anni prima di quando visse Platone (Timeo 24 e, Crizia 108 e). Intorno a 9000 anni prima di Platone è terminata l'era glaciale. Come è stato esposto sopra, ci sono numerosi indizi che all'epoca del grande disgelo un nuovo popolo, proveniente da occidente, si è stabilito nel Vicino Oriente, introducendovi l'arte, le statuette della Dea Madre, le effigi di tori e sviluppando la prima civiltà urbana. Platone riferisce con enfasi iperbolica che solo in Grecia gli invasori sono stati validamente contrastati in armi (Timeo 25 bc, Crizia 108 e). Infatti la Grecia, almeno dall'Attica al nord, è stata poco influenzata dalle prime fasi della civiltà neolitica protomediterranea.
3) Gli dei provocarono inondazioni e terremoti che sconvolsero l'oriente e l'occidente e che sprofondarono in fondo al mare l'Atlantide (Timeo 25 ed). Durante l'ultima glaciazione l'enorme massa d'acqua congelata nei ghiacciai era sottratta agli oceani, sicché il livello marino era inferiore di quasi 100 m. rispetto a quello attuale. Le terre tra le isole britanniche e il continente erano tutte emerse, e la costa atlantica francese era da 20 a 70 km. circa distante da quella attuale. Queste coste erano certamente abitate, perché l'uomo preistorico praticava la caccia alla foca, dato che l'ha disegnata. Anche le terre emerse a nord della Francia dovevano essere note ai paleolitici. La grotta più settentrionale tra quelle decorate del periodo paleolitico è quella di Gouy, presso Rouen. Forse nel periodo estivo si avventuravano più a nord. Sembra una ipotesi realistica pensare che questa enorme estensione di terra, sommersa dalle acque del grande disgelo in un'epoca che coincide con quella indicata da Platone, sia l'Atlantide scomparsa. I fiumi che sfociavano sull'oceano potrebbero aver diviso le terre ora sommerse in numerose isole, come quelle rievocate da Platone (Timeo 25). La coincidenza sarebbe maggiore se si potesse sostenere che l'innalzamento del livello del mare sia stato accompagnato da terremoti. È certo che si sono verificati bradisismi notevoli. Al termine dell'ultima glaciazione alcune parti d'Europa hanno cominciato a innalzarsi a causa dell'alleggerimento del peso del ghiaccio, mentre altre zone si sono abbassate per mantenere l'equilibrio isostatico. Al centro dell'ex zona glaciale scandinava il sollevamento ha raggiunto altezze pari a 500 m.(71). Il fenomeno è in atto ancora oggi. Sulle rive del golfo di Botnia lo zoccolo si solleva tuttora di 10 mm. all'anno(72), ma durante il grande disgelo il fenomeno doveva essere maggiore. Invece nel nord della Francia e nella costa spagnola del golfo di Guascogna si verifica un abbassamento del suolo(73). Un altro effetto che il grande disgelo e l'innalzamento dei mari ha provocato, è stato la modifica del regime delle acque sotterranee. Ebbene, dallo studio per la previsione dei terremoti(74) risulta che le scosse più forti sono accompagnate da importanti modifiche nel regime delle acque sotterranee. Tra i fenomeni precursori di terremoti si possono riscontrare innalzamenti e abbassamenti della crosta terrestre e variazioni di livello dell'acqua della falda freatica. Poiché prima dello scatenarsi di un terremoto si manifestano questi fenomeni, è lecito supporre che il grande disgelo, avendo causato in regioni molto estese variazioni notevoli delle acque sotterranee e del livello del suolo, sia stato accompagnato da manifestazioni sismiche.
4) Gli atlantidi erano prole di Posidone (Crizia 113 c), un dio adorato sotto forma di cavallo, e organizzavano corse di cavalli (Crizia 117 c). Praticavano il sacrificio del toro (Crizia 119 d segg.), e nel loro paese c'erano molti elefanti (Crizia 114 e). Se l'Atlantide è costituita dai territori sommersi in seguito al grande disgelo, è presumibile che avesse una fauna identica a quella della Francia e della Spagna paleolitiche; perciò dalle figure dell'arte parietale si deducono quali sono gli animali che più impressionavano gli Atlantidi. Leroi-Gourham ha calcolato che i cavalli costituivano il 26% delle figure di esseri viventi presenti nelle caverne, praticamente il cavallo è sempre presente in ogni complesso parietale artistico, i bovini (bisonti e buoi selvatici) sono il 28% mentre gli altri animali sono presenti in percentuali molto minori(75). Le corse di cavalli ricordate da Platone richiamano l'attenzione su quei disegni paleolitici di cavalli in corsa. Nella grotta di Lascaux un bisonte è raffigurato sventrato. Non dovrebbe trattarsi di una scena di caccia, piuttosto è una scena di uccisione rituale, altrimenti avrebbero dovuto disegnare anche delle renne ferite, dato che avevano una grande importanza nella loro dieta, ma non ci sono animali sventrati diversi dal bisonte. Inoltre nella Francia dell'era glaciale vivevano i mammut, e in Spagna viveva un tipo di elefante con le zanne dritte. Tra le raffigurazioni paleolitiche pochi animali sono identificati come elefanti a zanne dritte, più numerosi sono i mammut. Nel racconto di Platone l'elefante viene ricordato anche per il suo avorio. Il tetto del tempio di Posidone in Atlantide era di avorio (Crizia 116 d). Non si può escludere che nelle terre sommerse dall'Atlantico si costruissero capanne con le zanne di mammut come si faceva nell'Europa orientale paleolitica. L'avorio inciso è frequente nelle grotte francesi. Un'analisi condotta sulle figure del tardo periodo paleolitico, per il quale si dispone di un gran numero di figure, dimostra che il bisonte, il cavallo e il mammut si trovano per lo più in posizione centrale nell'ambiente principale delle caverne(76), segno dell'importanza che i paleolitici davano a questi tre animali. La concomitanza del culto del toro e del cavallo, e la presenza degli elefanti, come richiesto dalla leggenda di Atlantide, si riscontra solo nel paleolitico francocantabrico.
5) L'Atlantide era una terra ubertosa che ospitava un gran numero di animali (Crizia 114 e segg.). Anche gli abitanti erano numerosissimi (Crizia 119). È interessante rilevare come sembra che gli abitanti della regione francocantabrica disponessero di rifornimenti di viveri in quantità più abbondante di quelli delle regioni dei climi caldi. I maddaleniani d'Europa occidentale dipendevano dalle mandrie di renne, cavalli, bisonti e buoi selvatici non solo per sopravvivere, ma addirittura per avere un tenore di vita che i cacciatori-raccoglitori del periodo postglaciale non avrebbero più potuto godere. La ricchezza delle pianure della Francia sudoccidentale era in grado di sostenere una densità elevata di popolazione, come dimostra il gran numero di caverne decorate. L'enorme cambiamento climatico intervenuto quando l'ultima fase glaciale cedette il posto a climi più caldi costituì per i cacciatori delle grandi mandrie una catastrofe economica(77). Il clima più caldo portò alla scomparsa delle grandi mandrie di erbivori che lasciarono il posto a selvaggina sparsa più piccola e agile come i cervi e i cinghiali, sicché i paleolitici francocantabrici dovettero in parte migrare al nord seguendo le renne, o al sud e all'est. La grande arte naturalistica che attraverso decine di millenni vi era fiorita rigogliosa, scompare bruscamente definitivamente, e viene sostituita nella successiva età mesolitica da modestissime e rare manifestazioni schematiche, probabilmente perché gli uomini ora erano assillati dalle difficoltà di procurarsi il cibo e avevano meno tempo a disposizione per l'arte. È comprensibile che i protomediterranei dell'era postglaciale ricordassero con rimpianto la floridezza del loro paese d'origine, come risulta dai succitati passi del Crizia.
6) L'Atlantide era ricca di metalli, in particolare di oro e argento (Crizia 114 e, 116 b segg.). La capitale dell'impero aveva edifici in muratura (Crizia 116). Nel paleolitico francocantabrico, diversamente dalla leggenda, non si riscontra né l'uso dei metalli, né l'edificazione di città in muratura. Per spiegare questa discordanza è necessario fare una considerazione. La questione fondamentale non è la collocazione geografica di Atlantide, bensì l'individuazione del popolo degli atlantidi. Su questo punto ormai non c'è dubbio che si tratti dei protomediterranei. Sorge il sospetto che la leggenda sia un racconto composito, formato da avvenimenti di epoche diverse e riuniti insieme senza rispettare esattamente l'ordine cronologico e la precisione geografica, ma riguardanti tutti lo stesso popolo protomediterraneo, il primo che sia avanzato sulla strada del progresso, tra l'altro utilizzando i metalli e edificando le città. Platone può aver attribuito alla patria d'origine invenzioni che i protomediterranei compirono in epoche diverse e zone geografiche diverse. Oppure la soluzione può essere trovata riprendendo l'ipotesi formulata all'inizio del secolo, secondo cui Atlantide equivarrebbe a Tartesso, una città e una regione della Spagna che non è mai stata identificata con certezza, ma di cui si sa che era fiorente prima che i cartaginesi ponessero fine alla sua potenza(78). Tartesso è il nome che gli orientali applicavano ai luoghi dell'estremo occidente da dove provenivano i metalli. Secondo la tradizione aveva una civiltà antichissima, con leggi scritte antiche di 7000 anni (anche gli atlantidi avevano leggi scritte, Crizia 120). I suoi abitanti conoscevano il metallo fin da tempi molto antichi. Lo importavano dalle isole britanniche o lo estraevano dalle miniere dell'Andalusia (da notare che in Andalusia ci sono diverse caverne dell'arte paleolitica) e lo fornivano a tutti i paesi mediterranei. Si suppone che T artesso fosse nella regione della foce del Guadalquivir. L'ipotesi Tartesso non è in contrasto con quella francocantabrica. In entrambi i casi siamo al di là delle colonne d'Ercole, in tempi remoti e tra popolazioni affini, come si deduce dalla diffusione dell'arte parietale dal nord della Francia all'Andalusia. Le due ipotesi possono essere fuse insieme e dare una spiegazione completa alla leggenda di Atlantide(79).

Il diluvio
Essendo i protomediterranei i protagonisti sia della leggenda dei cainiti sia di quella degli atlantidi, si dovrebbero individuare delle analogie da un confronto diretto tra le due leggende. In entrambi i casi si tratta di una civiltà primordiale antediluviana che conosceva l'uso dei metalli e che degenerò nella violenza (Crizia 121 b; Gn. 4, 23-24). Ma è problematico fare altre deduzioni oltre a questa. Ci si può chiedere se l'aumento di 90-100 m. del livello marino in seguito al grande disgelo, non sia il Diluvio biblico. In questo caso per rispettare l'ordine cronologico della Genesi bisognerebbe identificare i cainiti coi paleolitici francocantabrici. Cosi si prospetta la sorprendente ipotesi che "l'antica metropoli" di Atlantide (Crizia 115 c) non sia nient'altro che la città fondata da Caino. Queste sarebbero altre analogie da aggiungere a quelle che si riscontrano tra diversi racconti delle tradizioni greca e ebraica. Ma secondo i sacerdoti egizi di Sais, che sono la fonte delle notizie di Platone sull'Atlantide, ci sono state diverse alluvioni, non una sola (Timeo 23). Sicché non è automatica l'identificazione dell'unico Diluvio biblico con quell'alluvione (una delle tante) che ha distrutto Atlantide. È probabile che il Diluvio sia un racconto composito, ottenuto conglobando avvenimenti di alluvioni remote con quelli di altre meno antiche. Quindi rimane incerto se i cainiti siano i paleolitici francocantabrici vissuti prima del grande disgelo, oppure i protomediterranei che si sono stanziati nel Vicino Oriente.

Note
(*) Stampato da "Arti Poligraiche Editoriali Venete", Abano Terme, 1981.

(1) MELLAART, p. 11.
(2) ANATI, pp. 11 ss.
(3) MELLAART, p. 79.
(4) CHIRASSI, p. 53.
(5) Il termine labirinto deriva dalla radice anatolica "labr"o "lavr" che è connessa col concetto di grotta naturale o artificiale.
(6) Ho sostenuto questa ipotesi nel saggio sulle grotte-labirinto mediterranee, in cui però è lasciata in sospeso la questione dell'epoca dell'arrivo in oriente delle popolazioni portatrici dei riti dei labirinti sacri, questione che affronto nel presente studio.
(7) ELIADE, p. 60.
(8) ELIADE, p. 70.
(9) COLLINS, p. 140.
(10) EDWARDS, GADD e RAMMOND, pp. 200-201.
(11) ANATI, p. 18.
(12) ANATI, p. 32.
(13) ANATI, p. 43.
(14) MELLAART, p. 29
. (15) Riferito da ELIADE, p. 49.
(16) SOLHEIM.
(17) JACOBSEN.
(18) CHIRASSI, p. 39.
(19) Riferito da CHIRASSI, p. 7 ss.
(20) Uso il termine "agricola" in senso ampio, non solo riferito alla coltura dei cereali.
(21) Citato da ELIADE, pp. 33-34.
(22) Riferito da JELINEK, p. 105.
(23) Riferito da BURKERT, p. 198.
(24) HOOD, p. 136.
(25) COLLINS, p. 136.
(26) EDWARDS, GADD e HAMMOND, p. 200.
(27) SCHMIDT, p. 416; BRELICH, p. 119.
(28) BURKERT sostiene che in molti miti e riti della Grecia è celata una uccisione sotto forma di sacrificio. La sua teoria ha alcuni aspetti interessanti, tuttavia credo che non siano giustificate, le sue negazioni dell'importanza dell'alimentazione vegetale nelIa preistoria e delI'esistenza del matriarcato. E poi per me è inconcepibile la sua affermazione che "solo l'homo necans diventa Homo sapiens" (p. 157).
(29) BLANC (a), p. 203. ANATI (b), pp. 187 ss.
(30) JACOBSEN.
(31) PERICOT, p. 330.
(32) BLANC, (b) e (c).
(33) ELIADE, p. 59.
(34) ELIADE, p. 393.
(35) ELIADE, pp. 136-139
. (36) Riferito da KIRK, p. 246.
(37) Riferito da HUTCHINSON, p. 182.
(38) Riferito da BURKERT, p. 183.
(39) VIAN, p. 17. HOOD, p. 154. L'origine di varie dee del Vicino Oriente dalla Dea Madre preistorica era già stata ipotizzata da CHILDE, p. 64
. (40) ELIADE, p. 51.
(41) CHlRASSI, p. 123-124.
(42) CHIRASSI. pp. 13-14.
(43) ELIADE, pp. 401-402.
(44) ELIADE, p. 389.
(45) Riferito da KIRK, p. 131 ss.
(46) FRISON.
(47) ELIADE, pp. 383.384.
(48) Il brano biblico è tratto da TESTA.
(49) Citato da TESTA, p. 360.
(50) TESTA, pp. 103, 331 e 338.
(51) Secondo il giudizio di Heiler, riferito da SCHMIDT, p. 297.
(52) SCHMIDT, p. 116.
(53) Citato da TESTA, p. 336
. (54) Citato da TESTA, pp. 108-109.
(55) WAECHTER, p. 117.
(56) Citato da TESTA, p. 342.
(57) Citato da TESTA, p. 117 e 342
. (58) COLLINS, p. 100.
(59) CAMBEL e BRAIDWOOD. Cfr. anche ANATI (b), pp. J 68 55.
(60) CAMBEL e BRAIDWOOD.
(61) COLLINS, p. 159.
(62) EDWARDS, GADD e HAMMOND, p. 196.
(63) Citato da SCHAEFFNER, p. 175.
(64) Citato da TESTA, p. 350.
(65) CAMBEL e BRAIDWOOD.
(66) Citato da TESTA, p. .350.
(67) ELIADE, p. 66.
(68) GALE e STOS-GALE.
(69) Per esempio il sacrificio del toro praticato dagli atIantidi (Crizia, 119, d segg.) ha verosimilmente aspetti minoici. Alcuni arrivano a concludere che la fine della civiltà minoica, provocata forse da una catastrofica eruzione del vulcano di Thera (Santorino), sia il nucleo storico della leggenda dell'Atlantide scomparsa (Cfr. LUCE). Ma le obiezioni non mancano, perché è una ipotesi che differisce notevolmente dal testo della leggenda in più punti fondamentali.
(70) COLLINS, p. 169.
(71) FURON, p. 53.
(72) FURON, p. 42.
(73) ENCICLOPEDIA ITALIANA, voce "Bradisismo".
(74) SIRO e SLEJKO.
(75) LEROI-GOURHAM, p. 21.
(76) Riferito da WAECHTER, p. 134.
(77) COLLINS, p. 170.
(78) Sull'ipotesi Tartesso cfr. BERLITZ, pp. 111 ss.
(79) Nel consultare dei testi sull'Atlantide ho appreso che già negli anni venti Lewis Spence aveva pubblicato alcuni libri in cui sosteneva tra l'altro l'influenza dei francocantabrici sulle civiltà del Mediterraneo orientale. Il suo lavoro è datato. Ma è notevole che coi pochi dati disponibili al suo tempo abbia intravisto una connessione tra il paleolitico occidentale e le civiltà del Vicino Oriente.

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Settembre 2007.

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